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Maha mṛtyunjaya mantra: il mantra della grande vittoria sulla morte

ॐ त्र्यम्बकम् यजामहे सुगन्धिम् पुष्टिवर्धनम्
उर्वारुकमिव बन्धनान् मृत्योर्मुक्षीय मामृतात्


Oṃ tryambakaṃ yajāmahe sugandhim puṣṭivardhanam urvārukam iva bandhanān mṛtyor mukṣīya māmṛtāt

Rg-Veda (VII, 59,12)
Preghiamo il Signore dei tre spazi, che si trova ovunque come una fragranza e ci nutre. Possa egli liberarci dalla paura della morte, come il frutto maturo che si stacca dalla pianta (senza dolore), e farci acquisire il senso dell’immortalità. 

Oppure:

Veneriamo il Signore dai tre occhi profumato, che dà la forza/incrementa la prosperità; come un melone (maturo), dai legami della morte possa (io) essere liberato/staccato, ma non dall'immortalità. 

O, nell’interpretazione del Dalai Lama:

Prego l'Essere Divino che si rivela nel profumo del fiore della vita e che nutre in eterno la pianta della vita. Come un bravo giardiniere che coglie con abilità il frutto maturo, mi liberi da ogni paura a livello fisico, psichico e spirituale. Che l'imperituro Dio abiti in me, mi liberi da morte, decadimento e malattia. Che mi conduca al Regno Divino e trasformi la mia morte in Vita Eterna. 

tryambakaṃ: Signore dai tre occhi (e quindi tre spazi: esterno, interiore, del sé), epiteto di Rudra Shiva
yajāmahe: adorare, pregare
sugandhiṃ: fragranza
puṣṭivardhanam: sostiene e nutre
urvārukam: frutto (cocomero, melone)
iva: come
bandhanān: schiavitù, legame
mṛtyor: morte
mukṣīya: liberare
māmṛtāt: non morte, immortalità

Il Tryambaka Mantra è noto anche come Maha Mrytyunjaya Mantra perché aiuta chi lo recita a superare la paura della morte, ma è anche conosciuto come Markandeya Mantra dal nome del suo rishi, cioè di colui che, secondo la tradizione, lo ricevette e lo recitò per primo. È considerato secondo per importanza solo al Gayatri Mantra.

Si tratta di un mantra curativo e nutriente. La sua vibrazione ci collega al guaritore interiore e rafforza la volontà, il coraggio e la determinazione, risvegliando la forza terapeutica più intima. Conseguentemente risulta un valido supporto durante l’assunzione di medicinali, erbe curative, cibo, in quanto ne rafforza gli effetti.

Shiva stesso nel Netra Tantra parlando con la sua sposa Parvati, cita questo mantra, che donerebbe la capacità di raggiungere la libertà ed eliminare qualsiasi forma di sofferenza in quanto distruttore di tutte le malattie e fonte di salute, benessere e longevità, nonché di protezione a livello fisico e mentale.

L’immortalità cui si fa riferimento non è da intendere, ovviamente, come annullamento della morte, ma come consapevolezza che il proprio Sé è imperituro. Anche Patanjali, quando enuncia i klesha (afflizioni) include tra essi anche abhinivesha (sete di esistenza, paura della morte) affermando: “L’attaccamento alla vita è la più sottile delle sofferenze. Lo si ritrova perfino nel saggio” (YS. II,9).

Il miglior momento per recitarlo è di sera, infatti il momento in cui il giorno si trasforma in notte può simboleggiare il passaggio dalla vita alla morte.

Forse può risultare curioso sapere che la tradizione popolare ne suggerisce la ripetizione nel giorno del compleanno per almeno 50.000 volte; questo, congiuntamente ad un’offerta ai poveri, porterà salute, pace, prosperità e moksha, la liberazione. In India si usa recitare il Tryambaka mantra quando un bambino raggiunge il suo 1° compleanno, proprio per augurargli una vita lunga, senza malattie e dedita alla spiritualità.

La leggenda di Markandeya racconta di un uomo saggio di nome Mrikandu e di sua moglie Marudvati che vivevano in santità, praticando meditazioni e rituali con umiltà e devozione. Sebbene avessero raggiunto una grande saggezza e conoscenza spirituale, non avevano figli. Durante una meditazione eseguita proprio con l’intenzione di veder esaudito questo loro desiderio, ebbero l’esperienza di una visita da parte del divino Shiva in persona che offrì loro di scegliere tra un figlio virtuoso e pio che sarebbe vissuto solo 16 anni e un figlio ottuso e malizioso che sarebbe vissuto fino a 100 anni. Come previsto da Shiva, essi scelsero il figlio divino e quando nacque gli diedero nome Markandeya. Questa coppia, molto avanzata spiritualmente, aveva molto da insegnare al figlio, compreso il Gayatri mantra e la puja (cerimonia rituale) a Shiva che egli eseguiva ogni giorno con grande devozione. Nel corso dei suoi primi 15 anni, gli diedero tutti gli strumenti necessari per raggiungere la conoscenza spirituale, ma non gli rivelarono mai la brevità della sua vita. Il giorno del suo 16° compleanno, Markandeya finì la sua meditazione su Gayatri e incominciò come al solito la puja. A quel punto sentì che il prana cominciava a lasciare il suo corpo e capì immediatamente che stava per morire. Pieno di paura e di dolore, pensò a Shiva, ai suoi genitori e abbracciò lo Shivalinga, il simbolo dell’energia e della forma di Shiva recitando il Tryambaka Mantra. Yama dio della morte, fece scattare il suo cappio intorno al collo del giovane saggio, che circondava anche il lingam. Adirato, Shiva emerse dal lingam, attaccando ed uccidendo Yama per salvare il suo devoto. Successivamente Shiva, su richiesta dei deva, resuscitò Yama, a condizione che Markandeya rimanesse sedicenne per sempre. Ancor oggi nei testi classici, si fa riferimento a Markandeya come ad uno dei maestri sempre vivi che dimorano tra le cime dell’Himalaya.

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Essere aggrediti è un dono

Uno dei tranelli in cui facilmente incappa un certo tipo di praticante di yoga è quello di sentirsi più cosciente, più centrato, più equilibrato rispetto ad una certa umanità tendenzialmente gregaria ed appiattita su bisogni indotti dalla società del consumo. Brusco è il risveglio alla realtà del ginnico yogi nel momento in cui qualcuno lo deride, lo infanga, lo critica, ed un fiume di rabbia implacabile gli si riversa nelle vene.

A un certo punto non vi capiterà più di sentirvi aggrediti da chicchessia, compresi da quelli che vi aggrediscono. Più qualcuno vi aggredisce, più vi lasciate invadere da una forma d’affetto per lui. Vedrete la sua miseria, la sua tristezza, la sua problematica.
Nello spazio di apertura, essere odiato, che sia nell’istante o nel tempo, sviluppa automaticamente una forma d’affetto. Maggiore è l’odio, maggiore l’affetto. Quello che vi odia cerca l’amore che rifiuta a se stesso. Siete voi che lo portate poco a poco a vedere che l’amore che sente rifiutarsi da voi è in lui stesso; e che non ha bisogno di voi per trovarlo. È un processo organico, non pensato, inevitabile, che si compie in ogni istante e che bisogna riconoscere, altrimenti si dimora costantemente nella reazione.
La sera, vi togliete i vestiti per non coricarvi con abiti sporchi; vi lavate i denti, per addormentarvi senza tutte quelle impurità nella bocca; vi lavate il viso per la stessa ragione. Questo vi appare naturale. Nello stesso modo, prima di addormentarvi, deponete tutte le vostre aggressioni immaginarie della giornata. Se no, l’indomani, la giornata sarà dura.
Essere aggredito è il vostro dono per non addormentarvi.
È facile credersi tranquilli, fare dello yoga, essere saggi. Ma improvvisamente, vi si aggredisce, vi si detesta, vi si odia. Questo vi permette di svegliarvi alla vostra risonanza. Ciò attiva in voi l’amore? L’odio? Scoprite il vostro proprio funzionamento. Lo yoga è questo. Non è restare seduti come un paletto, ma osservare come si fa fronte all’istante. Scoprite che le aggressioni sono i doni più profondi della vita, perché più vi si aggredisce, più si sviluppa la vostra maturità. Le vite prive di aggressioni sono delle vite miserabili, e fortunatamente ciò non esiste.
Siate disponibili, non cercate di accomodare le cose, di reagire meno, d’essere più saggi. Sentite vivamente la vostra follia quando siete messi in questione. Prendete le vostre emozioni come oggetto di contemplazione, di studio, con affetto e pazienza.
Non aspettate nulla, non chiedete niente, tutto si fa da sé.

Passi da Lasciar libera la luna, Éric Baret

Preconcetti, abitudini, paure, ignoranza ci fanno a volte interpretare come aggressivi i comportamenti di chi ci circonda, anche quando uno sguardo più attento ed una sensibilità più fine potrebbero cogliere motivazioni insospettatamente amichevoli o di sostegno nei volti dei nostri presunti aguzzini.

L’opposizione del sapiente è meglio del sostegno dello sprovveduto
Una vipera s’introdusse nella gola di uomo addormentato in piena campagna.
Dall’alto della sua cavalcatura, un cavaliere assistette alla scena. «Se l’uomo continua a dormire verrà ucciso dal veleno della vipera. Non c’è tempo da perdere» pensò il cavaliere, che era un uomo di conoscenza.
In fretta e furia diede dei violenti scossoni all’uomo per svegliarlo. Dopodiché, raccolta una grande quantità di frutta fradicia sparsa a terra, costrinse l’uomo a inghiottirla. Tenendolo sempre immobilizzato lo costrinse poi a ingurgitare delle possenti sorsate d’acqua di una pozzanghera.
L’uomo, svegliatosi di soprassalto, non riusciva a capire ciò che stava succedendo. Piangendo, pregò quello che a lui parve un aggressore di smettere di torturarlo.
Ma il cavaliere continuò la sua operazione, finché l’uomo, spossato fisicamente, non diede di stomaco, rigettando le mele marce, l’acqua sporca e la vipera. Solo a quel punto realizzò ciò che era successo.
«Ti ringrazio» disse l’uomo appena salvato «ma c’era proprio bisogno di trattarmi in quel modo? Se mi avessi svegliato tranquillamente e spiegato che cos’era successo, avrei accolto meglio la tua operazione!».
«Questo è ciò che tu immagini, poiché vivi nella credenza che ciò che ti piace corrisponda a ciò di cui hai bisogno! Se ti avessi spiegato cos’era successo, forse non mi avresti creduto. Oppure te la saresti data a gambe, impazzito dallo spavento. O forse saresti rimasto paralizzato dal panico. O, ancora, avresti continuato a dormire come se niente fosse. E così non avremmo avuto il tempo né il modo di organizzare le circostanze adatte per portarti in salvo!» rispose il cavaliere che, rimontato in sella, se ne andò al galoppo.”

Passi da Il dito e la luna – 101 storie Sufi 

Siamo istruiti ed allenati a vivere ad un ritmo incalzante. Tutto è urgente, tutto veloce. Anche le nostre reazioni seguono le stesse dinamiche. Creare spazio, porre una distanza, anche minima, tra gli eventi e la nostra reazione ad essi, potrebbe costituire una chiave di volta.

Abbandonare la rabbia, una volta che ci siamo dentro completamente, richiede uno sforzo immenso. Molti di noi non sono capaci di compierlo sul momento. Il motivo è che, per la maggior parte del tempo, siamo incastrati nella nostra modalità di attacco. Possiamo sentire di essere aggrediti. I nostri sistemi sono pronti a reagire in fretta. Con anche solo un attimo di pausa, possiamo gradualmente abbandonare la nostra modalità di attacco e spostarci verso uno spazio tranquillo di presenza che rende possibile una reazione più compassionevole e appropriata.
La meraviglia di una pratica regolare della meditazione seduta è che ci aiuta a essere meno in modalità attacco-e-difesa prima che si verifichi la situazione che ci mette in agitazione. Così, in quel momento di offesa o di rabbia, siamo più capaci di fermarci e praticare. Siamo capaci di tornare più in fretta alla realtà. Magari sentiamo comunque che la vita ci sta aggredendo, ma conquistiamo la capacità di osservare che ci sentiamo così e tornare a quello che sta succedendo dentro di noi. La forza interiore necessaria per farlo è il frutto di una pratica ripetuta.

Passi da Meraviglia quotidiana, Charlotte Joko Beck

Ammettere di avere torto è una sorta di suicidio sociale, equivale ad annientare l’immagine del proprio io, a rinunciare ad una delle proprie maschere. Per salvaguardare la nostra identità siamo spesso noi stessi a trasformarci in spietati aggressori, sguainando la spada in difesa delle nostre presunte ragioni da difendere.

Se ti identifichi con una posizione mentale, nel caso in cui tu abbia torto, il tuo senso di identità basato sulla mente si sente gravemente minacciato. Perciò tu, in quanto ego, non puoi permetterti di sbagliare. Avere torto è come morire. Per questo motivo si sono combattute guerre e si sono interrotte infinite relazioni.
Una volta che hai eliminato l’identificazione con la mente, avere ragione o torto non fa più nessuna differenza per il tuo senso di identità, perciò non avrai più il bisogno compulsivo e profondamente inconsapevole di avere ragione (che è una forma di violenza). Puoi affermare chiaramente e con fermezza quel che pensi o ciò in cui credi, ma non lo farai in modo aggressivo né mettendoti sulla difensiva, perché a quel punto la tua identità deriverà da un luogo più profondo e autentico dentro di te, non dalla mente.”

Passi da Come mettere in pratica Il Potere di Adesso, Eckhart Tolle

Molte sono le esperienze, le persone o gli eventi che nella vita oggettivamente ci aggrediscono, attaccano, feriscono. Forse però vale la pena osservare come sia sempre e solo la percezione che noi abbiamo di esse e la reazione che mettiamo in campo a renderle intollerabili o, al contrario, parte del viaggio.

L’uomo dall’animo in pace non è in conflitto con nessuno.
Una volta un maestro e un suo allievo stavano tranquillamente passeggiando per strada, quando a un tratto un uomo, giunto alle loro spalle, si diresse verso il maestro accanendosi con ferocia. Dopo essere stato colpito energicamente, il maestro cadde a terra. L’uomo, soddisfatto della sua dissennatezza, se ne andò.
Dopo essersi rialzato, il maestro, un po’ zoppicante, proseguì la passeggiata senza neppure voltarsi indietro per individuare l’aggressore.
L’allievo, scosso dall’evento inspiegabile, chiese: «Maestro, ma chi era quell’uomo? Cosa significa tutto ciò? Perché vi ha aggredito?».
Accennato un sorriso, il maestro rispose: «Il problema è suo, non mio!».”

Passi da Il dito e la luna – 101 storie Sufi 
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Dissolversi nella meraviglia

Di fronte alla vastità del conoscibile non si può che essere colti da una sensazione di trasalimento, uno smarrimento carico di potenzialità inespresse.

Ho sempre avuto la sensazione scomoda e stupefacente di non sapere niente. A scuola mi sembrava che, anche studiando qualcosa, le lacune aumentassero a dismisura, fino a farmi smettere anche solo di provare a colmarle. Restavo allibita dal non sapere. […] Imparando a meditare, sono entrata in familiarità lentamente, lentamente, con il non sapere. Mi accorgevo che meno sapevo piú sperimentavo. E piú tardi, cercando di passare agli altri la pratica della meditazione, mi sono accorta di come chi sa o crede di sapere molto sperimenta solo esperienze di seconda o di centesima mano, non è mai in intimità con niente, non trema davanti al non conosciuto e non si inoltra. Perché il sapere dell’esperienza non si può accumulare, l’esperienza inganna come tutto il resto, se credi di poterla ripetere quando ti addentri nei territori del non conosciuto. Non ci sono primi della classe, né esperti, né Maestri, se non quelli che ti spingono a conoscere in prima persona, a ferirti e medicarti, e al massimo ti preparano bende e cerotti per quando sosti un momento e li guardi disperato negli occhi: la disperazione dei cani quando non capiscono i nostri comportamenti discontinui. In ognuno di noi c’è un cane spaventato dalla discontinuità dell’esperienza.

Una buona pratica, preliminare a qualunque altra, è la pratica della meraviglia. Esercitarsi a non sapere e a meravigliarsi. Guardarsi attorno e lasciar andare il concetto di albero, strada, casa, mare e guardare con sguardo che ignora il risaputo e vede ora. La pratica della meraviglia è una pratica che cura anche il cuore piú ferito della terra.

Si può andare a trovare un piccolissimo pezzo di prato, un pizzico di prato c’è sempre, anche in città. E guardare. A lungo. Si apre un universo minimo. Infinite vicende, mutamenti, arrivi, partenze, forme sempre piú piccole man mano che lo sguardo si limita a vedere. Esercitare la meraviglia cura il cuore malato che ha potuto esercitare solo la paura.

Da Questo immenso non sapere di Livia Chandra Candiani

Vivere l’istante, essere totalmente presenti a ciò che è, semplicemente e senza commenti. Basta questo a trasformare un’intera esistenza.

La nostra vita succede di continuo. È una vita meravigliosa, fluida, mozzafiato, che ci piaccia o no. E tuttavia c’è, per tutto il tempo. E noi abbiamo un insieme molto rigido, ristretto e ridotto di comportamenti con cui cerchiamo di elaborare questa esperienza sterminata.

Il segreto di sperimentare la vita nella sua pienezza è semplicemente essere qualsiasi cosa stiamo sperimentando. Diciamo che per qualche minuto riusciamo a sentire quello che stiamo sentendo invece di rifuggirlo, pensarci, analizzarlo, prendere una pillola, ubriacarci o quello che facciamo pur di non essere costretti a sentirlo. Se riusciamo davvero a restare con questo, a mostrarci amichevoli e curiosi con la nostra sofferenza, possiamo cominciare a trasformarci. Quando viviamo con un pensiero dominante, la sofferenza si rinsalda. Non può muoversi. Non può fare niente. Rimane lì incastrata e ci fa impazzire.

Quando riusciamo a lasciar andare il desiderio personale, basato sul pensiero che le cose vadano in un determinato modo, per la prima volta la sofferenza che proviamo può cominciare ad aprirsi. E quando si apre, la sensazione diventa chiara e serena. E alla fine ci sono silenzio e meraviglia. In definitiva, non c’è niente: solo meraviglia. Sotto tutte le nostre difficoltà c’è questa fonte di silenzio, che è la vera saggezza. Comunque la vogliate chiamare, è lì.”

Da Meraviglia quotidiana di Charlotte Joko Beck

L’incontro con se stessi, così come l’incontro con l’altro, aprono panorami vastissimi ed inaspettati, purché ci si ponga nell’attitudine sincera e pulsante del ricercatore. Svestirsi delle numerose e svariate identità che ci attribuiamo per raggiungere quella nudità intima e disarmante che è il nostro nucleo più profondo è una danza stupefacente.

Non domandate all’altro di essere altra cosa che quello che è. Il suo problema, il suo funzionamento, la sua affermazione: è la vostra meraviglia. È straordinario vedere un essere umano: vedere come ci si è costruiti, come ci si è immaginati; la testa, le orecchie, il ventre, la voce, l’intelligenza, la viltà, l’odore che ci si è dati. Tutto questo voi ve lo siete dati: è il dono che vi siete fatti. Se incontrate un inconveniente nella vostra vita, è un dono che vi fate. Fino a che ciò non vi è chiaro, lo vivete come un antagonismo, lottate. Un giorno, voi vedete che quello che vi appariva come un dramma, profondamente, è il vostro dono.

[…]  È straordinario vedere! Vedere la natura, una foglia, sentire il vento, sentire un grido. Niente è più straordinario della vita. Credere che io abbia bisogno d’altro se non di questo straordinario regalo è una mancanza di rispetto per la bellezza della vita. Non ho bisogno d’altro che di una nuvola.”

Da Lasciar libera la luna di Éric Baret

Ci si può chiedere se la conoscenza possa prescindere dall’esperienza, se si possa comprendere davvero qualcosa senza sperimentarlo. Ma si è disposti a correre il rischio di rispondere a tali quesiti?

Un pupazzo di sale, dopo avere viaggiato per valli e per monti, giunse fino all’oceano. Lì, meravigliato da una bellezza e una vastità che non aveva mai visto prima, rimase in contemplazione.
«Dimmi, chi sei?» chiese il pupazzo di sale all’oceano.
«Chi assaggia conosce. Entra e comprenderai» rispose l’oceano.
Il pupazzo entrò quindi nell’oceano. E tanto più vi si addentrava, tanto più si scioglieva.
Un istante prima di dissolversi completamente, il pupazzo sorrise affascinato: «Ora comprendo chi sei!».
E svanì.”

Da Il dito e la luna – 101 storie Sufi

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Lo scarabeo

“Un uomo era incarcerato a vita all’ultimo piano di una torre. Sua moglie, che non poteva vivere senza di lui, decise di aiutarlo a fuggire. Prese uno scarabeo e, dopo aver legato con gran delicatezza un filo di seta all’insetto, ne bagnò le antenne con una goccia di miele. Poi lo depose ai piedi della torre, con le antenne rivolte verso l’alto. Desideroso di raggiungere il miele, l’insetto si arrampicò fino a raggiungere la finestra del prigioniero. Questi, liberato lo scarabeo, tirò il filo di seta. All’altra estremità era legato un filo più robusto. A questo seguiva uno spago, e allo spago una cordicella, e alla cordicella una solida fune, che l’uomo legò all’interno della sua cella e usò per calarsi dalla torre e fuggire via insieme alla moglie.” – Alejandro Jodorowsky, La risposta è la domanda

Quante volte nella vita ci è capitato di trovarci di fronte ad una situazione che ci è sembrata inaffrontabile, ingestibile, decisamente “troppo” per noi? La sensazione che probabilmente abbiamo vissuto è stata quella di essere completamente sopraffatti, impotenti e l’esito finale è magari stato caratterizzato da grande frustrazione.

La prossima volta potremmo considerare l’ipotesi di suddividere la “macro-questione” in “micro-questioni”. Potremmo scoprire che i passi da compiere per affrontare le cose sembrano farsi più leggeri, a misura d’uomo… Non un’unica lunghissima e pesantissima fune, ma un filo di seta, seguito da uno spago, poi da una cordicella, fino ad arrivare, con serena tranquillità, a tenere tra le mani una solida fune.