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Prasada e solidarietà

4’33” Yoga e percussioni ha deciso di sostenere Food for Life APS, un’organizzazione umanitaria che distribuisce pasti vegani ai senzatetto e a famiglie in difficoltà. 
Nata nel 2016, l’Associazione opera attivamente in molte città italiane e offre annualmente più di 30.000 piatti gratuiti.

I pasti vengono preparati dai volontari di Food for Life APS con uno spirito di amore e gratitudine, seguendo l’antica tradizione vedica. Queste pietanze vengono definite prasada: cibo spirituale che nutre corpo, mente e spirito.

Food for Life APS è partner italiano di Food for Life Global (FFLG) organizzazione fondata nel 1995 che, attualmente, ha sede in Delaware, USA (FFLG – America). Lo scopo principale è quello di essere il punto di coordinamento, formazione e supporto per tutti i progetti Food for Life nel mondo. Si tratta del più grande programma internazionale di assistenza alimentare vegana con 255 organizzazioni affiliate in 60 paesi, che servono fino a 2 milioni di pasti ogni giorno. L’obiettivo è quello di contrastare la causa principale di tutte le problematiche sociali attraverso l’insegnamento dell’uguaglianza spirituale nella pratica. I progetti includono anche l’educazione sanitaria, l’agricoltura biologica, la scolarizzazione per i bambini nati in situazioni svantaggiate, il salvataggio e la cura degli animali.

4’33” Yoga e percussioni condivide e sostiene la mission di Food for Life APS:

  • Distribuire al maggior numero di persone indigenti cibo vegano preparato con amore, che possa aiutarle a ritrovare armonia tra corpo, mente e spirito.
  • Far conoscere alla società il valore della non-violenza stimolando nelle persone il gusto per un cibo non violento.
  • Offrire, mediante la scienza dello yoga, l’opportunità di innescare un processo evolutivo della coscienza a livello individuale e collettivo.

Link utili:

https://foodforlifeaps.it/

https://www.facebook.com/foodforlifeaps

https://ffl.org/it/

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Maestri Pranayama Yoga & Meditazione

Kapalabhati: cranio lucente e disponibilità

Il normale processo respiratorio implica inspirazione attiva ed espirazione passiva. Kapālabhāti, da annoverarsi tra gli śatkarman, inverte tale processo, richiedendo una espirazione attiva con la quale l’addome viene ritratto in modo deciso ma senza tensioni ed una inspirazione che è un ritorno passivo e spontaneo della parete addominale. Torace, spalle e glutei rimangono totalmente non partecipanti. Non si tratta di una passività meccanica, ma piuttosto della passività di ogni dinamismo intenzionale.

Kapālabhāti, insieme a bhastrika, è considerato l’esercizio più importante di purificazione. Jean Klein lo vedeva come pratica essenziale della disponibilità.
Durante i primi anni, questa espulsione secca dell’aria si pratica con la base della cintura addominale, come se si volesse disegnare un punto su una i, due centimetri sotto l’ombelico […] occorre essere in grado di accompagnare il movimento con la mascella, come una vacca che rumina. […]
Dopo alcuni anni, si innalzerà la localizzazione della cintura addominale verso il diaframma. Questo gigantesco muscolo si svelerà poco a poco, prima centralmente e più tardi lateralmente. L’esercizio si estenderà gradualmente nello spazio […]
Durante kapālabhāti bisogna muovere il diaframma ed esplorarne la sensibilità perché conservi la sua elasticità quali che siano la posizione e la zona compressa. Stirato, torto, tutto lo spessore del muscolo deve diventare vivente. Quando il diaframma è elastico, il corpo è in buona salute e l’energia è equilibrata. Quando è troppo teso o fiacco, è inevitabile una forma di debolezza energetica. La pratica intensa di kapālabhāti irrora il diaframma, elimina la cattiva digestione e favorisce l’assimilazione degli alimenti. […]

da Yoga tantrico. Asana e pranayama del Kashmir di Éric Baret

Come apprendere la pratica? Il suggerimento è di iniziare con tre serie di undici espulsioni, poi tre serie di ventidue, poi tre serie di trentatré, fino a undici volte undici (centoventuno). Poi il ritmo si farà da sé e non sarà più necessario contare.

Kapālabhāti deve essere praticato almeno una ventina di minuti. In seguito, se la vita ce ne dà lo spazio, si imporranno tempi più tradizionali. Il tempo che Jean Klein considerava funzionale per ripulire le scorie di molti dei suoi allievi era di un’ora e mezza. […] Praticato tutti i giorni per mezz’ora, kapālabhāti ha un effetto psicologico profondo. Non ce se ne accorge per forza subito, ma calma la psiche, il sonno si riduce. […] Vero detergente di vecchie memorie, kapālabhāti elimina le scorie del passato senza richiedere la loro riattivazione psichica.

da Yoga tantrico. Asana e pranayama del Kashmir di Éric Baret

Gli aspetti tecnici essenziali della pratica sono:

  • lo scioglimento definito della cintura addominale
  • la vacuità della bocca, con la lingua deposta sugli incisivi inferiori
  • la distensione della mascella
  • il movimento di espulsione dell’aria secco, libero d’intenzione e di volume

L’ordine degli elementi cui dare priorità sarà il seguente:

  • la secchezza e la precisione (durante i primi anni)
  • la potenza (in seguito)
  • la rapidità (due espulsioni al secondo), sempre conservando la leggerezza, finezza e potenza

Occorre la stessa potenza per la prima espulsione e per l’ultima. […] Non c’è cedimento del ritmo. Non bisogna mai spingersi al massimo […] Poiché non si raggiunge mai il proprio limite, esso si estende. […] Un’espirazione insistita deprime il cuore, una respirazione fluente lo rinforza; un’inspirazione troppo tonica, intenzionale, scuote il sistema nervoso, un’inspirazione organica, costante, fluente, lo equilibra. Tutto quel che oltrepassa un limite è eccesso. Ci si posa sul ritmo. Si pigia un bottone e c’è un inizio, si pigia di nuovo, c’è un arresto, non c’è niente da fare. Restare tranquilli.

da Yoga tantrico. Asana e pranayama del Kashmir di Éric Baret

In seguito si potrà anche esplorare la pratica di kapālabhāti a narici alternate e la sua esecuzione durante le posture (asana) classiche: pinze in avanti, posizioni all’indietro, torsioni, allungamenti e posizioni capovolte.

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Letture e spunti Maestri

L’arte di morire

Un titolo che invita agli scongiuri, alla reazione ironica come meccanismo di difesa, che spaventa forse, perchè il tema, si sà, non è di quelli accattivanti da réclame, non si adatta all’immagine della fotomodella in posizione acrobatica e pacificata in riva al mare.

Migliorarsi, progredire, evolversi, perfezionarsi: ecco i mantra della nostra epoca, figli di una certa cultura New Age che ci rende schiavi di una fantasia e di un mito che ci vogliono in costante competizione con noi stessi e con gli altri, per divenire altro da ciò che siamo. Ma c’è un altro modo di intendere la pratica dello Yoga.

Qual’è la quintessenza dello Yoga del Kashmir che Lei trasmette?
È un’arte tradizionale di morire. Quando la rappresentazione che abbiamo di noi stessi scompare rimane la vita. Lo yoga classico è basato sull’idea della nostra povertà e allora si fanno degli esercizi per arricchirsi, per diventare più spirituali. Nello yoga del Kashmir, invece, si considera che siamo già ricchi e che ogni azione è una manifestazione di questa ricchezza. In quest’ottica, la ricchezza si trova dietro di me, non davanti. Quando le nostre proiezioni sulla realtà cadono rimane la vita, lo stupore, la gioia». […] Lo yoga del Kashmir non prevede alcuna nozione di progressione, il fatto di mantenere un poco di più o un poco di meno le posizioni non ci riguarda. Ma quando ci si è resi conto che non c’è niente da acquisire, niente da difendere, niente di cui appropriarsi, scopriamo di avere un sacco di tempo libero e a quel punto l’esplorazione della posa può prolungarsi. In quest’arte, il nostro strumento di esplorazione è la sensibilità, non per svilupparla ma per lasciare che muoia. Quando ogni percezione muore nel cuore c’è tranquillità. Questo è il fulcro della pratica. 

Passi da un intervista di Emina Cevro Vukovic a Eric Baret –  da “Yoga Journal”, anno V, n.30, febbraio 2009

Per molti di noi risulta rassicurante il fatto di incrementare il proprio “tesoretto spirituale” accumulando conoscenze, tecniche, seminari, ecc. Non altrettanto scontato è divenire coscienti di come questo meccanismo ci avviluppi invece ulteriormente in un bozzolo di false sicurezze, fatto di memorie totalmente ondivaghe.

[…] Si vive esattamente come si muore e si muore come si vive. Se si vive nella paura, si muore nella paura. Se si vive in modo disponibile, si muore in modo conseguente. Dimenticate la morte e datevi apertamente alla vita. Quando avete l’opportunità di sentire la paura, dite grazie. Se la provate ora, non dovrete subirla più tardi sul letto di morte. Lasciatela parlare sensorialmente. Voi non avete paura, voi sentite la paura. A poco a poco si svuota. Quando vi capita di avere paura, se tentate con certe tecniche di minimizzarla, la rincalzate un po’ di più ogni volta ed essa vi raggiungerà al  momento della morte.
Vivere disponibili. La morte diventa un non-avvenimento e non ci pensate più. Non è necessaria nessuna conoscenza. Evitate di leggere il libro tibetano dei morti. Non rimandate più la vita preparandovi alla morte. Inutile entrare nelle fantasmagorie religiose, culturali o allora, se vi sembra indispensabile, fatelo, ma avendo coscienza che è una fantasia. Non c’è bisogno di preti né di conoscenze esoteriche.
Morte alla proprie attese, alle proprie angosce, alle proprie inquetitudini. È questa morte che è importante. Se questa morte prende veramente corpo in voi, constaterete che la riflessione sulla morte del corpo non può presentarsi.
La vostra cultura è localizzata nella vostra memoria e non è impossibile che, secondo l’età in cui partirete, la vostra memoria sia intaccata dagli anni.  Tutte le cose che avete accumulato, tutto ciò che avete letto, tutte le tecniche e le esperienze romantiche a cui vi siete dati, visto il deterioramento del vostro cervello, non vi saranno più possibili. Quindi tutte le vostre preparazioni sono inutili e non c’è niente da sapere.
La disponibilità al presente vi accompagna in ciò che è importante.
Tutte le riflessioni che potete fare sul tema sono solo una memoria. È un ammasso d’informazioni che avete appreso alla televisione o eventualmente assistendo amici morenti. È su questo accumulo di nozioni errate che basate la vostra idea di morte.
Dimenticate il grande maestro, il lama, tutte le persone che vorrebbero assistervi. La famiglia che s’ostina a piangere, le persone che dicono di aiutarvi e sono tristi sono una calamità. Voi morite tranquillamente, solo, su di un marciapiede o su un letto d’ospedale. Non c’è nessun bisogno d’essere circondato. Morire semplicemente, come si vive, liberamente.
Se la situazione comporta che la vostra famiglia in lacrime sia lì, bisogna accettarlo. Se il suo cattivo karma vuole che un lama tibetano persista a volervi venire in aiuto, o che un prete cattolico tenga a benedirvi, lasciatelo fare.
Ne hanno bisogno per la loro sopravvivenza psicologica.
La loro agitazione ritualizzata permette loro di rimandare la loro paura. Ma queste azioni psicopatiche non vi toccano affatto. Niente vi può aiutare e questo è la meraviglia, perché niente è necessario. Come la sera il corpo muore progressivamente nel sonno, il pensiero scompare, la percezione se ne va. Le persone che sono felici di vedervi partire possono restare. Quelli che sono tristi devono essere allontanati dal capezzale di un morente.
È una mancanza di rispetto, una mancanza d’amore essere afflitti.
I vostri amici veri gioiranno quando sapranno della vostra morte. Ciò che diciamo ora non è rivolto a tutti. Lo Yoga è l’arte di morire. Quando lavorate col corpo, imparate a morire. Non farlo a livello simbolico, ma in pratica. Imparate a vivere, è la stessa cosa.

Da un’intrvista ad Eric Baret – Tratto da 3ème  Millénarie n. 65 – Traduzione della Dr.ssa Luciana Scalabrini

Davanti ai grandi interrogativi, come quelli del senso della vita e della morte, occorre dunque anzitutto una altrettanto grande anima, in grado di immergersi nelle domande senza anelare a risposte definitive. Occorre emanciparsi dalla presunzione di conoscere “la strada”, adottando invece l’apertura e l’attitudine dell’esploratore, che sa creare nuovi percorsi laddove il viaggiatore superficiale percepirebbe solo sbarramenti.

Di fronte a un tema abissale quale il senso della morte bisognerebbe passare in rassegna le molteplici risposte delle mitologie, delle religioni, delle filosofie e delle tradizioni spirituali dell’umanità […]. Occorre però avere la consapevolezza che tutte le discipline richiamate sono, ognuna a modo suo, un discorso dell’anima umana, un’investigazione su di sé di quella coscienza cui tutti noi partecipiamo. In questa prospettiva io penso che dobbiamo imparare a considerare le religioni e le filosofie diverse dalla nostra come qualcosa che ci appartiene; e anche chi tra noi non aderisce ad alcuna religione deve considerare tali argomenti (anche se non necessariamente le argomentazioni) come qualcosa che lo riguardano. Dicendo questo, non intendo favorire nessun sincretismo intaccando la specifica identità delle singole religioni; intendo piuttosto sostenere che l’atteggiamento spirituale più maturo è quello di chi sa, con le parole di Hegel, che «l’uomo non porta in sé come suo pathos un unico dio; ma l’animo dell’uomo è grande e vasto, a un vero uomo appartengono molti dèi, ed egli racchiude nel suo cuore tutte le potenze che sono sparse nella cerchia degli dèi; tutto l’Olimpo è raccolto nel suo petto». Chi guarda gli uomini con amore ed empatia capisce che, al fondo, non ci sono credenti e non credenti, o credenti in un modo o in un altro: ci sono esseri umani alle prese con il senso dell’essere e del vivere qui e ora, di cui la morte costituisce il più drammatico interrogativo.
A questo riguardo presento a titolo introduttivo tre brevi e incisive citazioni della tradizione ebraico-cristiana e una più lunga e articolata del buddhismo. La prima: «Memento mori», «Ricordati che devi morire»: è il motto dei monaci trappisti, ripreso dalla predicazione cristiana e ampiamente diffuso, soprattutto nel medioevo. La seconda: «Pulvis es et in pulverem reverteris», «Polvere sei e in polvere ritornerai»: sono le parole che Dio disse a Adamo dopo il peccato […]. Si capisce a questo punto il senso della terza citazione costituita dalle parole dipinte da Masaccio ai piedi della sua Trinità affrescata a Santa Maria Novella, con quello scheletro che rivolto a coloro che guardano dice: «Io fui già quel che voi siete, e quel ch’io son, voi anco sarete».
In uno dei testi più autorevoli del buddhismo, Il grande discorso sulla formazione della consapevolezza (in pali Satipaṭṭhānasutta), il Buddha dice così ai suoi discepoli: «O monaci, se un monaco vede un corpo morto da un giorno, da due giorni o da tre giorni, gonfio, livido e putrefatto, abbandonato nell’ossario, egli applica ciò che vede al proprio corpo così: “In verità, anche il mio corpo è della stessa natura, avrà la stessa sorte e non potrà sfuggirvi”.

Passi da Etica per giorni difficili di Vito Mancuso

Insicurezza, dubbio, paura sono emozioni che accomunano gli uomini di ogni tempo ed ogni luogo. Non si tratta di nemici da combattere, ed è proprio dalla loro forza e pervasività che nasce l’anelito alla trascendenza dell’uomo.

Se la felicità dipende sempre da qualcosa che si attende per il futuro, inseguiamo un fuoco fatuo che sfugge sempre alla nostra presa sino a quando il futuro, e noi stessi, non svaniremo nell’abisso della morte.
Di fatto la nostra epoca non è più insicura di qualsiasi altra. Miseria, malattia, guerra, mutamento e morte non sono nulla di nuovo. Nei tempi migliori la “sicurezza” non è mai stata se non temporanea e apparente. Ma è stato possibile rendere sopportabile l’insicurezza della vita umana credendo in qualcosa di immutabile al di là della portata delle calamità: in Dio, nell’immortalità dell’anima umana, in un universo retto dalle leggi eterne del bene.
Oggi queste convinzioni sono rare, anche negli ambienti religiosi. Non c’è alcuno strato sociale, e sono probabilmente pochissimi i singoli individui, toccati dall’istruzione moderna, in cui il dubbio non fermenti. È semplicemente lapalissiano che nel secolo scorso l’autorità della scienza si e sostituita all’autorità della religione nell’immaginazione popolare e che lo scetticismo, almeno nelle faccende dello spirito, è divenuto più generale della fede.

Passi da La Saggezza del Dubbio di Watts W. Alan

E se una certezza c’è per il vivente, questa paradossalmente è proprio la morte. Perché drammatizzare dunque?

SULLA MORTE SENZA ESAGERARE
Non s’intende di scherzi,
stelle, ponti,
tessitura, miniere, lavoro dei campi,
costruzione di navi e cottura di dolci.
Quando conversiamo del domani
intromette la sua ultima parola
a sproposito.
Non sa fare neppure ciò
che attiene al suo mestiere:
né scavare una fossa,
né mettere insieme una bara,
né rassettare il disordine che lascia.
Occupata ad uccidere,
lo fa in modo maldestro,
senza metodo né abilità.
Come se con ognuno di noi stesse imparando.
Vada per i trionfi,
ma quante disfatte,
colpi a vuoto
e tentativi ripetuti da capo!
A volte le manca la forza
di far cadere una mosca in volo.
Più di un bruco
la batte in velocità.
Tutti quei bulbi, baccelli,
antenne, pinne, trachee,
piumaggi nuziali e pelame invernale
testimoniano i ritardi
del suo svogliato lavoro.
La cattiva volontà non basta
e perfino il nostro aiuto con guerre e rivoluzioni
è, almeno finora, insufficiente.
I cuori battono nelle uova.
Crescono gli scheletri dei neonati.
Dai semi spuntano le prime due foglioline,
e spesso anche grandi alberi all’orizzonte.
Chi ne afferma l’onnipotenza
è lui stesso la prova vivente
che essa onnipotente non è.
Non c’è vita
che almeno per un attimo
non sia immortale.
La morte
è sempre in ritardo di quell’attimo.
Invano scuote la maniglia
d’una porta invisibile.
A nessuno può sottrarre
il tempo raggiunto.

Wisława Szymborska (traduzione di Pietro Marchesani)
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Mantra Storie, racconti e poesie

Maha mṛtyunjaya mantra: il mantra della grande vittoria sulla morte

ॐ त्र्यम्बकम् यजामहे सुगन्धिम् पुष्टिवर्धनम्
उर्वारुकमिव बन्धनान् मृत्योर्मुक्षीय मामृतात्


Oṃ tryambakaṃ yajāmahe sugandhim puṣṭivardhanam urvārukam iva bandhanān mṛtyor mukṣīya māmṛtāt

Rg-Veda (VII, 59,12)
Preghiamo il Signore dei tre spazi, che si trova ovunque come una fragranza e ci nutre. Possa egli liberarci dalla paura della morte, come il frutto maturo che si stacca dalla pianta (senza dolore), e farci acquisire il senso dell’immortalità. 

Oppure:

Veneriamo il Signore dai tre occhi profumato, che dà la forza/incrementa la prosperità; come un melone (maturo), dai legami della morte possa (io) essere liberato/staccato, ma non dall'immortalità. 

O, nell’interpretazione del Dalai Lama:

Prego l'Essere Divino che si rivela nel profumo del fiore della vita e che nutre in eterno la pianta della vita. Come un bravo giardiniere che coglie con abilità il frutto maturo, mi liberi da ogni paura a livello fisico, psichico e spirituale. Che l'imperituro Dio abiti in me, mi liberi da morte, decadimento e malattia. Che mi conduca al Regno Divino e trasformi la mia morte in Vita Eterna. 

tryambakaṃ: Signore dai tre occhi (e quindi tre spazi: esterno, interiore, del sé), epiteto di Rudra Shiva
yajāmahe: adorare, pregare
sugandhiṃ: fragranza
puṣṭivardhanam: sostiene e nutre
urvārukam: frutto (cocomero, melone)
iva: come
bandhanān: schiavitù, legame
mṛtyor: morte
mukṣīya: liberare
māmṛtāt: non morte, immortalità

Il Tryambaka Mantra è noto anche come Maha Mrytyunjaya Mantra perché aiuta chi lo recita a superare la paura della morte, ma è anche conosciuto come Markandeya Mantra dal nome del suo rishi, cioè di colui che, secondo la tradizione, lo ricevette e lo recitò per primo. È considerato secondo per importanza solo al Gayatri Mantra.

Si tratta di un mantra curativo e nutriente. La sua vibrazione ci collega al guaritore interiore e rafforza la volontà, il coraggio e la determinazione, risvegliando la forza terapeutica più intima. Conseguentemente risulta un valido supporto durante l’assunzione di medicinali, erbe curative, cibo, in quanto ne rafforza gli effetti.

Shiva stesso nel Netra Tantra parlando con la sua sposa Parvati, cita questo mantra, che donerebbe la capacità di raggiungere la libertà ed eliminare qualsiasi forma di sofferenza in quanto distruttore di tutte le malattie e fonte di salute, benessere e longevità, nonché di protezione a livello fisico e mentale.

L’immortalità cui si fa riferimento non è da intendere, ovviamente, come annullamento della morte, ma come consapevolezza che il proprio Sé è imperituro. Anche Patanjali, quando enuncia i klesha (afflizioni) include tra essi anche abhinivesha (sete di esistenza, paura della morte) affermando: “L’attaccamento alla vita è la più sottile delle sofferenze. Lo si ritrova perfino nel saggio” (YS. II,9).

Il miglior momento per recitarlo è di sera, infatti il momento in cui il giorno si trasforma in notte può simboleggiare il passaggio dalla vita alla morte.

Forse può risultare curioso sapere che la tradizione popolare ne suggerisce la ripetizione nel giorno del compleanno per almeno 50.000 volte; questo, congiuntamente ad un’offerta ai poveri, porterà salute, pace, prosperità e moksha, la liberazione. In India si usa recitare il Tryambaka mantra quando un bambino raggiunge il suo 1° compleanno, proprio per augurargli una vita lunga, senza malattie e dedita alla spiritualità.

La leggenda di Markandeya racconta di un uomo saggio di nome Mrikandu e di sua moglie Marudvati che vivevano in santità, praticando meditazioni e rituali con umiltà e devozione. Sebbene avessero raggiunto una grande saggezza e conoscenza spirituale, non avevano figli. Durante una meditazione eseguita proprio con l’intenzione di veder esaudito questo loro desiderio, ebbero l’esperienza di una visita da parte del divino Shiva in persona che offrì loro di scegliere tra un figlio virtuoso e pio che sarebbe vissuto solo 16 anni e un figlio ottuso e malizioso che sarebbe vissuto fino a 100 anni. Come previsto da Shiva, essi scelsero il figlio divino e quando nacque gli diedero nome Markandeya. Questa coppia, molto avanzata spiritualmente, aveva molto da insegnare al figlio, compreso il Gayatri mantra e la puja (cerimonia rituale) a Shiva che egli eseguiva ogni giorno con grande devozione. Nel corso dei suoi primi 15 anni, gli diedero tutti gli strumenti necessari per raggiungere la conoscenza spirituale, ma non gli rivelarono mai la brevità della sua vita. Il giorno del suo 16° compleanno, Markandeya finì la sua meditazione su Gayatri e incominciò come al solito la puja. A quel punto sentì che il prana cominciava a lasciare il suo corpo e capì immediatamente che stava per morire. Pieno di paura e di dolore, pensò a Shiva, ai suoi genitori e abbracciò lo Shivalinga, il simbolo dell’energia e della forma di Shiva recitando il Tryambaka Mantra. Yama dio della morte, fece scattare il suo cappio intorno al collo del giovane saggio, che circondava anche il lingam. Adirato, Shiva emerse dal lingam, attaccando ed uccidendo Yama per salvare il suo devoto. Successivamente Shiva, su richiesta dei deva, resuscitò Yama, a condizione che Markandeya rimanesse sedicenne per sempre. Ancor oggi nei testi classici, si fa riferimento a Markandeya come ad uno dei maestri sempre vivi che dimorano tra le cime dell’Himalaya.

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Letture e spunti Maestri

L’indecidibilità e gli opposti

Il pensiero categorizza diversi tipi di opposizione: il contrario, che nega il termine dato e si colloca all’estremo opposto di una gradazione interna al genere (bianco/nero, giusto/sbagliato, ecc.) ed il contraddittorio, che nega il termine dato e rimanda a tutto ciò che quel termine non è, sia all’interno che all’esterno del genere di cui si tratta (bianco/non bianco, giusto/non giusto, ecc.).

“L’approccio sensoriale ha una parte importante perché l’accento è messo sul sentito profondo piuttosto che sul pensiero. Molte scuole mettono l’accento sul pensiero. L’approccio dello śivaismo del Kaśmīr mette l’accento sul sentire profondo perché questo è globale, mentre il pensiero è frammentato. Non si può pensare al bianco senza pensare al nero, non si può pensare alla collera senza pensare alla tranquillità. Si pensa sempre in maniera duale, mentre si può avere una sensazione globale al di là degli opposti. È per questo che, di tutti i sensi esplorati, è sul sentito profondo che si mette di più l’accento. Il sentire profondo non è il sentire. Il sentire è un senso come un altro, ma il sentito arriva a essere il sentito profondo, che è totalmente globale. […] 
Il sentito profondo è laddove culminano i sensi. L’occhio vede, la pelle sente, l’orecchio intende, le narici odorano, ecc. Tutto questo è sormontato da ciò che si chiama il sentito profondo. Posso perdere la vista, non vedo più, ma sento profondamente; posso avere la pelle bruciata, non sento più, ma sento profondamente; posso strapparmi la lingua, non gusto più, ma sento profondamente, ecc.è un senso inerente al corpo che non può essere toccato dagli avvenimenti che invece toccano i cinque sensi. Questo sentito profondo globale è l’apertura verso la sensazione dell’energia. Questo sentito profondo ci fa osservare la pesantezza, la gravità, che in seguito ci fa sentire la leggerezza, l’espansione del corpo, la quale si trasforma in vibrazione dell’energia. È la porta diretta alla tranquillità. […] Non si cerca di manipolare l’energia come nello yoga classico. Non si cerca di risvegliare alcunché, ma si lascia che il corpo ritorni al suo stato naturale di energia. È un lavoro totalmente passivo.”

Passi da Éric Baret 250 Domande sullo Yoga a cura di Marie-Claire Reigner

Il linguaggio verbale è strumento potentissimo e sublime, ma al contempo pone limiti e confini anche laddove la sostanza è illimitata e vasta.

“Il senso dell’unione col ‘Tutto’ non è però uno stato mentale nebuloso, una specie di trance in cui sia abolita ogni forma e distinzione, quasi che l’uomo e l’universo siano fusi in una bruma luminosa di pallido malva. Così come processo e forma, energia e materia, io stesso ed esperienza sono altrettanti modi di designare e guardare la stessa cosa, uno e molti, unità e molteplicità, identità e differenza non sono opposti che si escludono a vicenda: ciascuno è anche l’altro, come il corpo è l’insieme dei suoi organi. Scoprire che i molti sono l’uno e che l’uno è i molti significa rendersi conto che sono entrambi parole e suoni che rappresentano quanto è chiarissimo ai sensi e ai sentimenti, ma al tempo stesso è un enigma per la logica e la descrizione.”

Passi da La Saggezza del Dubbio di Watts W. Alan

C’è una forza in grado di conciliare gli opposti, integrarli. Ma, affinché tale forza possa agire, occorre non temere le dicotomie che la vita ci propone come esperienza, non rifuggere ciò che la società, la cultura di appartenenza o noi stessi etichettiamo come ”negativo”. E se anche a quella forza abbiamo bisogno di dare un nome, potrebbe trattarsi della parola ”Amore”.

“Finché si è motivati a divenire qualcosa, finché la psiche crede nella possibilità di sfuggire a ciò che essa è in questo istante, non può esserci libertà. Perseguiremo la virtù esattamente per lo stesso motivo per il quale perseguiremo il vizio, e bene e male si alterneranno come i poli opposti dello stesso cerchio. Il ‘santo’ che sembra aver soggiogato il proprio egoismo con la violenza spirituale lo ha solo nascosto. Il suo successo apparente convince gli altri che egli ha trovato la ‘vera via’ ed essi ne seguono l’esempio abbastanza a lungo perché la loro linea di condotta oscilli verso il polo opposto, quando la licenza diverrà l’inevitabile reazione al puritanesimo.
Certo, sembra il più abietto fatalismo dover ammettere che io sono ciò che sono, e che non vi può essere né via di scampo né divisione. Sembra che sia io ad aver timore, quindi a essere ‘bloccato’ dalla paura. Di fatto però sono incatenato alla paura solo fino a quando cerco di liberarmene. Se invece non cerco di liberarmene, scopro che nella realtà del momento non c’è niente di ‘bloccato’ o fisso. Quando acquisto la consapevolezza di questo sentimento senza dargli un nome, senza chiamarlo ‘paura’, ‘cattivo’, ‘negativo’, ecc., esso si trasforma istantaneamente in qualcos’altro e la vita avanza liberamente. Il sentimento non si perpetua più creando dietro di sé il senziente.
Ora riusciamo forse a vedere perché la psiche indivisa non sia spinta verso queste vie di scampo dal presente che di solito sono chiamate il ‘male’. L’ulteriore verità che la psiche indivisa è consapevole dell’esperienza come unità, del mondo come se stessa, e che l’intera natura della psiche e della consapevolezza è d’essere tutt’uno con quanto essa conosce, fa pensare a uno stato che di solito verrebbe chiamato amore. L’amore che si esprime in azione creativa è in effetti qualcosa di assai di più che un’emozione. Non è qualcosa che tu possa ‘sentire’ e ‘sapere’, ricordare e definire. L’amore è il principio organizzatore e unificatore che fa del mondo un universo e della massa disintegrata una comunità. È l’essenza stessa, il carattere stesso della psiche e si manifesta nell’azione quando la psiche è integra.”

Passi da La Saggezza del Dubbio di Watts W. Alan

L’esperienza vivificante di essere, al di là degli opposti, riconduce al fascino del mistero, laddove rinunciamo a qualsiasi forma di catalogazione e ci immergiamo nell’Assoluto senza forma.

La cultura occidentale divide i mondi tra finito e infinito, attribuendo al finito un carattere opaco e muto e all’infinito la trasparenza e il senso. Ma io, e forse tutti i bambini solitari, prediligevo il muto e vedevo attraverso l’opaco. Era la vita nuda e cruda, i fenomeni, che mi davano il senso piú alto del mistero; la trasparenza era guardare con simpatia nell’opaco. Giocare a nascondino era scoprire il mondo senza di me. Osservare gli animali era conoscere la natura del vivente e l’affidamento a qualcosa che ci sorpassa.
Nascosti da soli in un fitto di alberi siamo trasparenti eppure accolti, siamo un insieme privo di somiglianze e di peculiarità, vivi e basta.

Passi da Questo immenso non sapere di Chandra Candiani
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Letture e spunti Maestri Storie, racconti e poesie

Essere aggrediti è un dono

Uno dei tranelli in cui facilmente incappa un certo tipo di praticante di yoga è quello di sentirsi più cosciente, più centrato, più equilibrato rispetto ad una certa umanità tendenzialmente gregaria ed appiattita su bisogni indotti dalla società del consumo. Brusco è il risveglio alla realtà del ginnico yogi nel momento in cui qualcuno lo deride, lo infanga, lo critica, ed un fiume di rabbia implacabile gli si riversa nelle vene.

A un certo punto non vi capiterà più di sentirvi aggrediti da chicchessia, compresi da quelli che vi aggrediscono. Più qualcuno vi aggredisce, più vi lasciate invadere da una forma d’affetto per lui. Vedrete la sua miseria, la sua tristezza, la sua problematica.
Nello spazio di apertura, essere odiato, che sia nell’istante o nel tempo, sviluppa automaticamente una forma d’affetto. Maggiore è l’odio, maggiore l’affetto. Quello che vi odia cerca l’amore che rifiuta a se stesso. Siete voi che lo portate poco a poco a vedere che l’amore che sente rifiutarsi da voi è in lui stesso; e che non ha bisogno di voi per trovarlo. È un processo organico, non pensato, inevitabile, che si compie in ogni istante e che bisogna riconoscere, altrimenti si dimora costantemente nella reazione.
La sera, vi togliete i vestiti per non coricarvi con abiti sporchi; vi lavate i denti, per addormentarvi senza tutte quelle impurità nella bocca; vi lavate il viso per la stessa ragione. Questo vi appare naturale. Nello stesso modo, prima di addormentarvi, deponete tutte le vostre aggressioni immaginarie della giornata. Se no, l’indomani, la giornata sarà dura.
Essere aggredito è il vostro dono per non addormentarvi.
È facile credersi tranquilli, fare dello yoga, essere saggi. Ma improvvisamente, vi si aggredisce, vi si detesta, vi si odia. Questo vi permette di svegliarvi alla vostra risonanza. Ciò attiva in voi l’amore? L’odio? Scoprite il vostro proprio funzionamento. Lo yoga è questo. Non è restare seduti come un paletto, ma osservare come si fa fronte all’istante. Scoprite che le aggressioni sono i doni più profondi della vita, perché più vi si aggredisce, più si sviluppa la vostra maturità. Le vite prive di aggressioni sono delle vite miserabili, e fortunatamente ciò non esiste.
Siate disponibili, non cercate di accomodare le cose, di reagire meno, d’essere più saggi. Sentite vivamente la vostra follia quando siete messi in questione. Prendete le vostre emozioni come oggetto di contemplazione, di studio, con affetto e pazienza.
Non aspettate nulla, non chiedete niente, tutto si fa da sé.

Passi da Lasciar libera la luna, Éric Baret

Preconcetti, abitudini, paure, ignoranza ci fanno a volte interpretare come aggressivi i comportamenti di chi ci circonda, anche quando uno sguardo più attento ed una sensibilità più fine potrebbero cogliere motivazioni insospettatamente amichevoli o di sostegno nei volti dei nostri presunti aguzzini.

L’opposizione del sapiente è meglio del sostegno dello sprovveduto
Una vipera s’introdusse nella gola di uomo addormentato in piena campagna.
Dall’alto della sua cavalcatura, un cavaliere assistette alla scena. «Se l’uomo continua a dormire verrà ucciso dal veleno della vipera. Non c’è tempo da perdere» pensò il cavaliere, che era un uomo di conoscenza.
In fretta e furia diede dei violenti scossoni all’uomo per svegliarlo. Dopodiché, raccolta una grande quantità di frutta fradicia sparsa a terra, costrinse l’uomo a inghiottirla. Tenendolo sempre immobilizzato lo costrinse poi a ingurgitare delle possenti sorsate d’acqua di una pozzanghera.
L’uomo, svegliatosi di soprassalto, non riusciva a capire ciò che stava succedendo. Piangendo, pregò quello che a lui parve un aggressore di smettere di torturarlo.
Ma il cavaliere continuò la sua operazione, finché l’uomo, spossato fisicamente, non diede di stomaco, rigettando le mele marce, l’acqua sporca e la vipera. Solo a quel punto realizzò ciò che era successo.
«Ti ringrazio» disse l’uomo appena salvato «ma c’era proprio bisogno di trattarmi in quel modo? Se mi avessi svegliato tranquillamente e spiegato che cos’era successo, avrei accolto meglio la tua operazione!».
«Questo è ciò che tu immagini, poiché vivi nella credenza che ciò che ti piace corrisponda a ciò di cui hai bisogno! Se ti avessi spiegato cos’era successo, forse non mi avresti creduto. Oppure te la saresti data a gambe, impazzito dallo spavento. O forse saresti rimasto paralizzato dal panico. O, ancora, avresti continuato a dormire come se niente fosse. E così non avremmo avuto il tempo né il modo di organizzare le circostanze adatte per portarti in salvo!» rispose il cavaliere che, rimontato in sella, se ne andò al galoppo.”

Passi da Il dito e la luna – 101 storie Sufi 

Siamo istruiti ed allenati a vivere ad un ritmo incalzante. Tutto è urgente, tutto veloce. Anche le nostre reazioni seguono le stesse dinamiche. Creare spazio, porre una distanza, anche minima, tra gli eventi e la nostra reazione ad essi, potrebbe costituire una chiave di volta.

Abbandonare la rabbia, una volta che ci siamo dentro completamente, richiede uno sforzo immenso. Molti di noi non sono capaci di compierlo sul momento. Il motivo è che, per la maggior parte del tempo, siamo incastrati nella nostra modalità di attacco. Possiamo sentire di essere aggrediti. I nostri sistemi sono pronti a reagire in fretta. Con anche solo un attimo di pausa, possiamo gradualmente abbandonare la nostra modalità di attacco e spostarci verso uno spazio tranquillo di presenza che rende possibile una reazione più compassionevole e appropriata.
La meraviglia di una pratica regolare della meditazione seduta è che ci aiuta a essere meno in modalità attacco-e-difesa prima che si verifichi la situazione che ci mette in agitazione. Così, in quel momento di offesa o di rabbia, siamo più capaci di fermarci e praticare. Siamo capaci di tornare più in fretta alla realtà. Magari sentiamo comunque che la vita ci sta aggredendo, ma conquistiamo la capacità di osservare che ci sentiamo così e tornare a quello che sta succedendo dentro di noi. La forza interiore necessaria per farlo è il frutto di una pratica ripetuta.

Passi da Meraviglia quotidiana, Charlotte Joko Beck

Ammettere di avere torto è una sorta di suicidio sociale, equivale ad annientare l’immagine del proprio io, a rinunciare ad una delle proprie maschere. Per salvaguardare la nostra identità siamo spesso noi stessi a trasformarci in spietati aggressori, sguainando la spada in difesa delle nostre presunte ragioni da difendere.

Se ti identifichi con una posizione mentale, nel caso in cui tu abbia torto, il tuo senso di identità basato sulla mente si sente gravemente minacciato. Perciò tu, in quanto ego, non puoi permetterti di sbagliare. Avere torto è come morire. Per questo motivo si sono combattute guerre e si sono interrotte infinite relazioni.
Una volta che hai eliminato l’identificazione con la mente, avere ragione o torto non fa più nessuna differenza per il tuo senso di identità, perciò non avrai più il bisogno compulsivo e profondamente inconsapevole di avere ragione (che è una forma di violenza). Puoi affermare chiaramente e con fermezza quel che pensi o ciò in cui credi, ma non lo farai in modo aggressivo né mettendoti sulla difensiva, perché a quel punto la tua identità deriverà da un luogo più profondo e autentico dentro di te, non dalla mente.”

Passi da Come mettere in pratica Il Potere di Adesso, Eckhart Tolle

Molte sono le esperienze, le persone o gli eventi che nella vita oggettivamente ci aggrediscono, attaccano, feriscono. Forse però vale la pena osservare come sia sempre e solo la percezione che noi abbiamo di esse e la reazione che mettiamo in campo a renderle intollerabili o, al contrario, parte del viaggio.

L’uomo dall’animo in pace non è in conflitto con nessuno.
Una volta un maestro e un suo allievo stavano tranquillamente passeggiando per strada, quando a un tratto un uomo, giunto alle loro spalle, si diresse verso il maestro accanendosi con ferocia. Dopo essere stato colpito energicamente, il maestro cadde a terra. L’uomo, soddisfatto della sua dissennatezza, se ne andò.
Dopo essersi rialzato, il maestro, un po’ zoppicante, proseguì la passeggiata senza neppure voltarsi indietro per individuare l’aggressore.
L’allievo, scosso dall’evento inspiegabile, chiese: «Maestro, ma chi era quell’uomo? Cosa significa tutto ciò? Perché vi ha aggredito?».
Accennato un sorriso, il maestro rispose: «Il problema è suo, non mio!».”

Passi da Il dito e la luna – 101 storie Sufi 
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Letture e spunti Maestri Storie, racconti e poesie

Dissolversi nella meraviglia

Di fronte alla vastità del conoscibile non si può che essere colti da una sensazione di trasalimento, uno smarrimento carico di potenzialità inespresse.

Ho sempre avuto la sensazione scomoda e stupefacente di non sapere niente. A scuola mi sembrava che, anche studiando qualcosa, le lacune aumentassero a dismisura, fino a farmi smettere anche solo di provare a colmarle. Restavo allibita dal non sapere. […] Imparando a meditare, sono entrata in familiarità lentamente, lentamente, con il non sapere. Mi accorgevo che meno sapevo piú sperimentavo. E piú tardi, cercando di passare agli altri la pratica della meditazione, mi sono accorta di come chi sa o crede di sapere molto sperimenta solo esperienze di seconda o di centesima mano, non è mai in intimità con niente, non trema davanti al non conosciuto e non si inoltra. Perché il sapere dell’esperienza non si può accumulare, l’esperienza inganna come tutto il resto, se credi di poterla ripetere quando ti addentri nei territori del non conosciuto. Non ci sono primi della classe, né esperti, né Maestri, se non quelli che ti spingono a conoscere in prima persona, a ferirti e medicarti, e al massimo ti preparano bende e cerotti per quando sosti un momento e li guardi disperato negli occhi: la disperazione dei cani quando non capiscono i nostri comportamenti discontinui. In ognuno di noi c’è un cane spaventato dalla discontinuità dell’esperienza.

Una buona pratica, preliminare a qualunque altra, è la pratica della meraviglia. Esercitarsi a non sapere e a meravigliarsi. Guardarsi attorno e lasciar andare il concetto di albero, strada, casa, mare e guardare con sguardo che ignora il risaputo e vede ora. La pratica della meraviglia è una pratica che cura anche il cuore piú ferito della terra.

Si può andare a trovare un piccolissimo pezzo di prato, un pizzico di prato c’è sempre, anche in città. E guardare. A lungo. Si apre un universo minimo. Infinite vicende, mutamenti, arrivi, partenze, forme sempre piú piccole man mano che lo sguardo si limita a vedere. Esercitare la meraviglia cura il cuore malato che ha potuto esercitare solo la paura.

Da Questo immenso non sapere di Livia Chandra Candiani

Vivere l’istante, essere totalmente presenti a ciò che è, semplicemente e senza commenti. Basta questo a trasformare un’intera esistenza.

La nostra vita succede di continuo. È una vita meravigliosa, fluida, mozzafiato, che ci piaccia o no. E tuttavia c’è, per tutto il tempo. E noi abbiamo un insieme molto rigido, ristretto e ridotto di comportamenti con cui cerchiamo di elaborare questa esperienza sterminata.

Il segreto di sperimentare la vita nella sua pienezza è semplicemente essere qualsiasi cosa stiamo sperimentando. Diciamo che per qualche minuto riusciamo a sentire quello che stiamo sentendo invece di rifuggirlo, pensarci, analizzarlo, prendere una pillola, ubriacarci o quello che facciamo pur di non essere costretti a sentirlo. Se riusciamo davvero a restare con questo, a mostrarci amichevoli e curiosi con la nostra sofferenza, possiamo cominciare a trasformarci. Quando viviamo con un pensiero dominante, la sofferenza si rinsalda. Non può muoversi. Non può fare niente. Rimane lì incastrata e ci fa impazzire.

Quando riusciamo a lasciar andare il desiderio personale, basato sul pensiero che le cose vadano in un determinato modo, per la prima volta la sofferenza che proviamo può cominciare ad aprirsi. E quando si apre, la sensazione diventa chiara e serena. E alla fine ci sono silenzio e meraviglia. In definitiva, non c’è niente: solo meraviglia. Sotto tutte le nostre difficoltà c’è questa fonte di silenzio, che è la vera saggezza. Comunque la vogliate chiamare, è lì.”

Da Meraviglia quotidiana di Charlotte Joko Beck

L’incontro con se stessi, così come l’incontro con l’altro, aprono panorami vastissimi ed inaspettati, purché ci si ponga nell’attitudine sincera e pulsante del ricercatore. Svestirsi delle numerose e svariate identità che ci attribuiamo per raggiungere quella nudità intima e disarmante che è il nostro nucleo più profondo è una danza stupefacente.

Non domandate all’altro di essere altra cosa che quello che è. Il suo problema, il suo funzionamento, la sua affermazione: è la vostra meraviglia. È straordinario vedere un essere umano: vedere come ci si è costruiti, come ci si è immaginati; la testa, le orecchie, il ventre, la voce, l’intelligenza, la viltà, l’odore che ci si è dati. Tutto questo voi ve lo siete dati: è il dono che vi siete fatti. Se incontrate un inconveniente nella vostra vita, è un dono che vi fate. Fino a che ciò non vi è chiaro, lo vivete come un antagonismo, lottate. Un giorno, voi vedete che quello che vi appariva come un dramma, profondamente, è il vostro dono.

[…]  È straordinario vedere! Vedere la natura, una foglia, sentire il vento, sentire un grido. Niente è più straordinario della vita. Credere che io abbia bisogno d’altro se non di questo straordinario regalo è una mancanza di rispetto per la bellezza della vita. Non ho bisogno d’altro che di una nuvola.”

Da Lasciar libera la luna di Éric Baret

Ci si può chiedere se la conoscenza possa prescindere dall’esperienza, se si possa comprendere davvero qualcosa senza sperimentarlo. Ma si è disposti a correre il rischio di rispondere a tali quesiti?

Un pupazzo di sale, dopo avere viaggiato per valli e per monti, giunse fino all’oceano. Lì, meravigliato da una bellezza e una vastità che non aveva mai visto prima, rimase in contemplazione.
«Dimmi, chi sei?» chiese il pupazzo di sale all’oceano.
«Chi assaggia conosce. Entra e comprenderai» rispose l’oceano.
Il pupazzo entrò quindi nell’oceano. E tanto più vi si addentrava, tanto più si scioglieva.
Un istante prima di dissolversi completamente, il pupazzo sorrise affascinato: «Ora comprendo chi sei!».
E svanì.”

Da Il dito e la luna – 101 storie Sufi

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Mantra Musica & Percussioni

Possa esserci…

Sarveśām Svastir Bhavatu
Sarveśām Sāntir Bhavatu
Sarveśām Pūrnam Bhavatu 
Sarveśām Mangalam Bhavatu
Sarve Bhavantu Sukhinaha
Sarve Santu nirāmayaha 
Sarve Badrāri Pasyantu 
Mā Kascidh-dhuhkha Bhāga-Bhavet
Om śānti śānti śānti

Possa esserci benessere/prosperità in tutti
Possa esserci pace in tutti
Possa esserci pienezza/completezza in tutti
Possa esserci successo spirituale in tutti
Possano tutti essere prosperi e felici
Possano tutti essere liberi dalla malattia
Possano tutti vedere ciò che è spiritualmente edificante
Che nessuno soffra
Om pace pace pace

Si ritiene che l’origine di questo mantra provenga dalla Bṛhadāraṇyaka Upaniṣad, pur non nella sua forma attuale. Si tratta di un’invocazione di armonia e benedizioni per tutta la creazione (Lokakṣema).

Inviare auguri di bene, abbracciare virtualmente ogni creatura, accarezzare l’anima del mondo apparentemente scissa in innumerevoli individualità, ha il potere di ampliare il cuore, scaldarlo e ammorbidirlo.

Il canto del mantra e la vibrazione che esso produce diventano strumenti di pace, di fratellanza viva e pulsante, che annientano ogni sentimento di invidia e di gelosia.

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Il supremo dono

Ci sono momenti in cui, più che in altri, ci si affanna per inseguire la chimera del regalo perfetto, per gli altri o per noi stessi. Invariabilmente la scelta cade su un oggetto più o meno inutile e certamente lontano dall’essenziale. Quanto siamo in grado di riconoscere ciò che di prezioso è già in nostro possesso, costantemente disponibile?

“Restate tranquilli, non c’è niente da capire. In questo acquietamento potrete iniziare a lasciar vivere quel che è importante. […]

Un giorno non vi dissiperete più in libri, in insegnamenti o in seminari. Quel che è importante per voi siete voi stessi. È cosa gratuita; l’avrete sempre sottomano; non avrete nessun luogo ove andare a meditare, dove essere tranquilli. È il vostro dono ad ogni istante. Tornate a questo costante dono. […]  

Tornate alla vostra propria esperienza d’essere, che è costantemente disponibile. Nulla ve ne allontana. La cosa più profonda siete voi.”

Da Lasciar libera la luna di Éric Baret

E quante volte accade che ci si senta avviliti e frustrati nelle nostre aspettative a fronte di un dono ricevuto, ma percepito come inadeguato a noi, alla circostanza o al momento?

“All’età di otto anni sognate di possedere una macchina rossa e a vent’anni desiderate essere liberi da voi stessi. Sono dei simboli. […] Constatare che l’aspirazione profonda è smettere di pretendere e, nello stesso momento, lasciare che questa comprensione si elimini.

È importante svelare in noi quest’avidità di voler ricevere, prendere, essere. Sempre a mendicare come un cane che ha bisogno di un osso. “Voglio quello, se avessi quello, datemi quello…”, constatate il meccanismo. Si ha bisogno d’affetto, riconoscimento, rispetto, insegnamento, di possedere questo, quello… Si è sempre nell’atto di elemosinare, in tutte le direzioni.

Familiarizzarsi con questo funzionamento, senza commento. […] Non si tratta di colpevolizzare, ma di vedere come opero.

Quando chiedo, non posso ricevere. Più prendo coscienza della mia avidità, più me ne libero. Finchè voglio raggiungere, finchè aspetto qualcosa, quest’esigenza mi impedisce di ricevere. Non si può reclamare un dono, la grazia, la gioia. Non si può accogliere che quando c’è apertura.

[…] Rendersi conto della nostra insaziabilità è la cosa più grande.”

Da Lasciar libera la luna di Éric Baret

Non desiderare niente è il supremo dono, quello che libera, alleggerisce, inebria.

“Riconoscere la cupidigia, osservare la domanda “ho bisogno”. A un dato momento, un’immensa risata mi viene al cuore quando sento salire in me il “ho bisogno”. Questa risata è la libertà. In questo spazio, più niente mi è necessario. Che resta? Il dono, senza azione di donare né nessuno che doni.

Donare rende felici; non ricevere. Ricevere ingombra, appesantisce, limita. Non voglio ottenere nulla. Non mi auguro iniziazioni, trasmissioni, insegnamenti: tutto questo è imbarazzante per me, mi stordisce, mi chiude. No, non desidero niente. Io mi riferisco a questo spazio, a questa risonanza.

Donare senza nessuno che doni. Quando dono, mi libero. Offrire porta libertà. La vita non è che dono, non c’è separazione.

Fino a che voglio prendere, ricevere, seguire un insegnamento, non posso che rifiutarlo pretendendo di desiderarlo. È un po’ come qualcuno che sollecita un’iniziazione, che reclama un regalo. Non si esige un regalo. Si è accessibili. L’iniziazione, l’insegnamento, il regalo arriva nell’istante di apertura, mai quando lo si reclama, quando lo si spera. Non c’è niente da desiderare. Nella non domanda, tutto è ricevuto. Finché sono in attesa, dico no.”

Da Lasciar libera la luna di Éric Baret
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Letture e spunti Mantra

La pienezza al di là da ogni dualità

oṁ pūrṇamadaḥ pūrṇamidaṁ pūrṇāt pūrṇamudacyate
pūrṇasya pūrṇamādāya pūrṇamevāvaśiṣyate
oṁ śāntiḥ śāntiḥ śāntiḥ

Īśa Upaniṣad

Questa è l’invocazione con cui inizia l’Īśa Upaniṣad, che mette in evidenza due concetti fondamentali della tematica Vedānta: Quello e Questo. l’Īśa è riconosciuta come una delle Upaniṣad maggiori più antiche. Appartiene al capitolo XIV dello Yajur Veda “bianco” e rientra nella parte Mantra (rituale) del medesimo Veda. La sua datazione può essere fatta risalire al 700 a.C. Una possibile traduzione dell’invocazione sopra citata potrebbe essere la seguente:

Om!
Quello è Pienezza.
Questo è Pienezza.
La Pienezza nasce dalla sua Pienezza:
Tutto ciò che esiste è Pienezza.
Om! Pace, Pace, Pace.

Om, la vibrazione cosmica, è il mantra di Brahman, l’Assoluto, è il suono per eccellenza e saperlo far risuonare significa entrare in perfetta sintonia con Brahman.

Quello (adaḥ) si riferisce alla Realtà metafisica ultima, assoluta, al Brahman, il quale è al di la del tempo-spazio-causalità, sempre identico a se stesso. Brahman sfugge a ogni tentativo di definizione intellettuale, non rientra in alcuna categoria. La sua incondizionatezza non è minimamente toccata dal mondo dei nomi e delle forme che rappresentano solo ombre sullo schermo inqualificato. Brahman, per la sua intrinseca natura, rimane sempre Pienezza e Pace profonda, condizioni del vero Essere che non nasce e non muore; in Lui esistono tutte le infinite possibilità.

Questo (idaṁ) si riferisce a ciò che chiamiamo mondo manifesto, di cui l’uomo è parte integrante, caratterizzato dalle sei qualità: emergenza, esistenza empirica, crescita, maturità, malattia o declino e morte (considerate dal punto di vista empirico). Le innumerevoli forme universali (riflesso del Brahman), a qualunque dimensione possano appartenere, sono idee-fenomeni che nascono, crescono e svaniscono; ma l’Idea-essenza rimane Pienezza. Questo, l’apparenza fenomenica, non è pura illusione o allucinazione, come non è illusione o allucinazione il sogno notturno del dormiente; è solo quando lo confrontiamo con l’Incondizionato che diventa privo di qualsiasi valore. L’angoscia e l’affanno sopravvengono quando l’essere umano si identifica con le forme e, per ignoranza metafisica, tenta di trattenerle, di eternare ciò che non può mai essere eterno poichè l’intrinseca natura degli oggetti è caratterizzata dall’instabilità.

Nel considerare la manifestazione, si può dire che essa è pervasa da tre aspetti: Esistenza (sat), Coscienza (cit) e Beatitudine (ananda). In altre parole: vita, coscienza e amore. Brahman dimorante nel cuore di ogni individuo è chiamato atman, il Sé, il Testimone. La coscienza individuale che comprende se stessa come Pienezza assoluta non potrà più modificarsi, né identificarsi con ciò che non è.

La Īśa Upaniṣad affronta il fondamento della speculazione indiana, l’aspetto cioè della dualità-polarità. Tutte le dualità sono limitazioni e prigioni; esse non sono né reali né non-reali, dipende dal punto di vista da cui ci si pone. Di là da ogni dualità esiste l’Unità e dietro questa il sostrato da cui emerge l’Uno ontologico.

Fonte: CINQUE UPANISAD Isa – Kaivalya – Sarvasàra – Amrtabindu – Sira, Traduzione dal sanscrito e commento di Raphael, Edizioni Asram Vidya