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Letture e spunti Maestri

Il principiante e l’uomo di seconda mano

Quante volte incontriamo negli altri o adottiamo noi stessi l’atteggiamento saccente di chi già è convinto di sapere, di conoscere? Se volessimo dissetarci con un bicchiere d’acqua ristoratrice, ma ne trovassimo uno già colmo di liquido stantio, non getteremmo il contenuto per versarvene di nuovo, fresco ed effervescente?

La gente dice che praticare lo Zen è difficile, ma fraintende il perché. Lo Zen non è difficile perché è duro sedere con le gambe incrociate nella posizione del loto, o ottenere l’illuminazione. È difficile perché è arduo mantenere pura la nostra mente e pura la nostra pratica nel suo senso fondamentale. […] In Giappone abbiamo un’espressione, shoshin, che significa “mente di principiante”. Il fine della pratica è sempre quello di conservare la nostra mente di principiante. […] Per gli adepti zen la cosa più importante è non essere dualistici. La nostra “mente originaria”’ racchiude tutto in sé. Dentro di sé è sempre ricca e autosufficiente. Non dovete perdere lo stato mentale di autosufficienza. Ciò non significa una mente chiusa, bensì una mente vuota e pronta. Se la vostra mente è vuota, è sempre pronta per qualsiasi cosa; è aperta a tutto. Nella mente di principiante ci sono molte possibilità; in quella da esperto, poche. […] Se discriminate troppo, vi limitate. […] Se la vostra mente si fa esigente, se bramate qualcosa, finirete per violare i vostri stessi principi: non mentire, non rubare, non uccidere, non essere immorali, e così via. Se conservate la vostra mente originaria, i principi si conserveranno da soli. Nella mente di principiante non si trovano mai pensieri del tipo: “Io ho ottenuto qualcosa”. Ogni pensiero egocentrico limita la nostra vasta mente. Quando non abbiamo alcun pensiero di conseguimento, alcun pensiero di un sé, allora siamo dei veri principianti. Allora possiamo realmente imparare qualcosa. La mente di principiante è la mente della compassione. Quando la nostra mente è compassionevole, diventa sconfinata. […] Dunque la cosa più importante è conservare sempre la mente di principiante. […] È  questo anche il vero segreto dell’arte: essere  sempre un principiante. […]

Da Mente zen, mente di principiante. Conversazioni sulla meditazione e la pratica zen di Shunryu Suzuki-roshi

Quando le restrizioni fisice, mentali, emotive non sono più vissute come limiti, ma come ambito stesso della pratica, opportunità di indagine e scoperta, nasce un’esperienza davvero nuova e potenzialmente illuminante.

Noi diciamo che la nostra pratica deve essere priva di idee di conseguimento, priva di qualsiasi aspettativa, persino in merito all’illuminazione. […] Fermare la mente non significa fermare le attività mentali. Significa che la mente pervade il corpo intero. La mente segue il respiro. […] Con la mente intera sedete con le gambe doloranti senza esserne disturbati. Ciò significa sedere in meditazione senza alcuna idea di conseguimento. All’inizio avvertirete una certa restrizione nella posizione fisica, ma quando non siete più disturbati dalla restrizione, avete scoperto il significato di “vuoto è vuoto e forma è forma“. Quindi trovare la vostra propria via sotto una certa restrizione è la via seguita dalla pratica. […]  Quando le restrizioni che avete non vi limitano più, allora parliamo di pratica. […] Per il principiante praticare senza sforzo non è vera pratica. Per il principiante la pratica richiede grande sforzo […] Ma se voi semplicemente fate del vostro meglio nello sforzo di continuare la pratica con tutta la vostra mente e tutto il vostro corpo, senza idee di conseguimento, allora qualsiasi cosa facciate sarà vera pratica. Il vostro intento dovrebbe essere semplicemente continuare. Quando fate qualcosa il vostro intento dovrebbe essere semplicemente farla e basta. […] Dopo un po’ di tempo che praticate, vi accorgerete che non si possono fare progressi rapidi e straordinari. […] Anche se vi sforzate moltissimo, progredirete sempre soltanto un po’ per volta. […] Perciò non c’è alcun bisogno di preoccuparsi dei progressi da fare. […] Non ci aspettiamo nemmeno di progredire. Basta essere sinceri ed esercitare pienamente il proprio sforzo ad ogni istante. Non c’è alcun Nirvana al di fuori della nostra pratica, distinto da essa.

Da Mente zen, mente di principiante. Conversazioni sulla meditazione e la pratica zen di Shunryu Suzuki-roshi

Se la nostra idea di progressione si serve della ripetizione per migliorare di volta in volta la performance, eccoci scivolare nel conosciuto, allontanarci dal qui e ora fatto di prime esperienze che sono inesorabilmente anche le ultime (perché mai ci si può bagnare nelle stesso fiume).

[…] si lavora senza memoria. Ogni volta che il movimento è fatto, è la prima e l’ultima volta. Questo bruciare della memoria è essenziale per evitare di essere nella ripetizione. Non può esservi progressione possibile poiché è sempre la prima volta. Non si è mai più lontani o meno lontani, più vacanti o meno vacanti della volta precedente. Si esplora quel che è lì, si è come si è. Non è in rapporto con la seduta precedente né con la seguente. Ciò permette di attraversare una forma di progressione immaginaria. […] A livello del lavoro, è come un pianista che suona un pezzo di musica. Durante mesi, suona sempre lo stesso pezzo. Il vicino, che non è musicista, ha l’impressione che sia la stessa ripetizione. Per il pianista ogni giorno è nuovo, perché ogni volta il suo tocco sarà cambiato, ogni volta l’umidità farà sì che il piano risuoni con una sonorità differente, eccetera. Per noi è la stessa cosa. Il corpo è uno strumento di musica. Ogni volta che il corpo è utilizzato, si scopre una risonanza differente rispetto all’ambiente. Ogni volta che sollevo il braccio, che il busto scende in avanti, è una cosa nuova, una nuova esperienza. Non è una ripetizione, non si cerca di andare sempre più lontano e di meglio in meglio. Ogni volta, si riparte da zero. È sempre la prima volta. Nello stesso tempo, è sempre l’ultima volta. È per questo che dopo il movimento occorre lasciare che esso muoia, perché non vi sia memoria. L’indomani, lo stesso movimento è rifatto, e non è lo stesso, è un altro che gli assomiglia dall’esterno, ma per colui che sente è sempre nuovo. In questa novità, il bisogno di cambiare la posa si smorzerà.

Da Éric Baret 250 Domande sullo Yoga di Marie-Claire Reigner

È solo nella più disorientante assenza di riferimenti che può esprimersi la vera creatività. Ecco allora che dallo spaesamento può sorgere la lucidità, dallo smarrimento la centratura.

La mente, che è di solito pigra e indolente, trova facile seguire quello che qualcun altro ha detto. Il seguace accetta l’“autorità” come mezzo per ottenere ciò che viene promesso da un particolare sistema filosofico o di pensiero; egli vi si aggrappa, ne dipende e quindi ne rafforza l’“autorità”. Un seguace dunque, è un uomo di seconda mano; e la maggior parte della gente è del tutto di seconda mano. Possono credere di avere qualche idea originale sulla pittura o sulla letteratura o su altro, ma nell’essenza, dal momento che sono condizionati a seguire, a imitare, ad adeguarsi, sono diventati esseri di seconda mano, assurdi. Questo è un aspetto della natura distruttiva dell’autorità. Come esseri umani, seguite psicologicamente qualcuno? Non parliamo dell’obbedienza esteriore, del seguire le leggi – ma interiormente, psicologicamente, seguite? Se lo fate allora siete essenzialmente di seconda mano; potete fare ottimi lavori, condurre una buona vita, ma tutto ciò ha pochissimo valore. C’è anche l’autorità della tradizione. Tradizione significa: “trasportare dal passato al presente” – tradizione religiosa, familiare, razziale. E c’è la tradizione della memoria. […] Una volta istituito un modello, la mente lo ripete. […] Ma tutto si è trasformato in tradizione e non scaturisce più dalla prontezza, dall’acutezza e dalla chiarezza. La mente che abbia coltivato la memoria, agisce in base alla tradizione come un computer – ripetendo ancora e ancora. Non può mai ricevere alcunché di nuovo, o ascoltare in modo del tutto diverso. […] Così ci si chiede: “Che debbo fare?”, “Come posso sbarazzarmi del vecchio meccanismo, del vecchio nastro?”. Si può sentire il nuovo solo quando il vecchio nastro taccia del tutto senza sforzo, quando si è seri nell’ascoltare, nello scoprire, e si può dare tutta la propria attenzione. […] Come può un cervello, una mente così condizionata dall’autorità, dall’imitazione, dal conformismo, dall’adattamento, ascoltare qualcosa di totalmente nuovo? Come si può vedere la bellezza di una giornata se la mente, il cuore, il cervello sono offuscati dal passato che ha acquistato tanta autorità? Se si può realmente percepire il fatto che la mente è oppressa dal passato e condizionata da varie forme di autorità, che non è libera e quindi è incapace di vedere in modo completo, allora senza sforzo il passato viene eliminato. La libertà implica la totale scomparsa di ogni autorità interiore. Da questa qualità della mente deriva una libertà esteriore – qualcosa di totalmente diverso dal reagire opponendosi o resistendo. […] Quando si comprende la libertà si comprende anche cosa sia la disciplina. E questo può sembrare piuttosto contraddittorio poiché generalmente pensiamo che libertà significhi libertà da ogni disciplina. Qual è la qualità di una mente altamente disciplinata? La libertà non può esistere senza la disciplina; […] Cosa significa dunque “disciplina”? Secondo il vocabolario il significato della parola “disciplina” è “imparare” – non una mente che si costringe a seguire un certo modello di azione secondo un’ideologia o una fede. Una mente capace di imparare è del tutto diversa da un’altra capace solo di conformarsi. Una mente che impari, che osservi, che veda effettivamente “ciò che è”, non interpreta “ciò che è” secondo i propri desideri, il proprio condizionamento, i propri particolari piaceri. Disciplina non vuol dire repressione e controllo, e non è neppure adattamento ad un modello o a un’ideologia; significa che una mente vede “ciò che è” e impara da “ciò che è”. Una simile mente deve essere straordinariamente sveglia, consapevole. […] La disciplina imposta dai genitori, dalla società, dalle organizzazioni religiose significa conformismo. […]Disciplina è imparare, non conformarsi. Il conformismo comporta il paragonarsi agli altri, misurare se stesso secondo cosa si è o si crede di essere con l’eroe, il santo, e così via. Dove ci sia conformismo deve esserci paragone […]. Sin dall’infanzia siamo condizionati a far paragoni […] Nel corso della nostra educazione ci abituiamo a far paragoni, nelle scuole si assegnano voti e si fanno esami. Non sappiamo cosa voglia dire vivere senza far paragoni e senza essere competitivi, e quindi vivere in modo non aggressivo, non competitivo, non violento. Paragonare se stesso ad un altro è una forma di aggressività e di violenza. […] Il perfezionamento di se stessi è proprio l’antitesi della libertà e dell’imparare. […] Ciò che si può descrivere è il conosciuto, e la libertà da ciò che è conosciuto si può avere solamente quando ogni giorno si muore a ciò che è conosciuto, ai colpi, alle adulazioni, a tutte le immagini che avete creato, a tutte le vostre esperienze – morire ogni giorno di modo che le stesse cellule del cervello diventino fresche, giovani, Innocenti.

Jiddu Krishnamurti
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Yogaterapia

Cervicale: strenua difesa

“Si considera che vi sono tre luoghi dove la prensione umana è marcata: le mani, i piedi e la testa, ovvero gli organi di senso. (…) Col viso ed i sensi ci si difende, con le tensioni della bocca, della mascella si aggredisce, con gli altri sensi, ugualmente, si è aggrediti da ciò che si vede, da ciò che si sente. (…) Lo yoga del Kaśmīr mette l’accento sulla profonda distensione dei cinque sensi: occhi, narici, orecchie, bocca, e ugualmente le mani. Molte pose stimolano l’opposizione pollice-indice per ridurre in noi la prensione. C’è anche tutto il lavoro del non-contatto col suolo, in posizione in piedi, per evitare la sensibilità del piede verso il suolo. Non si cerca appoggio, non ci si àncora, si depone la densità delle anche.(…) Se la regione cervicale è bloccata, sono il viso, la mascella che bisognerà distendere. (…) Esplorando la vacuità delle mani, dei piedi, del viso, si arriva ad una distensione globale del corpo. Attraverso queste tre regioni, si tocca direttamente l’insieme del corpo.”

Éric Baret 250 Domande sullo Yoga di Marie-Claire Reigner

Quante volte ci è capitato, camminando per la strada, di incrociare perfetti sconosciuti che, in mezzo ad una fiumana indistinta, ci colpiscono per la loro aria nobile, elegante, fiera. Da dove nasce questo tipo di percezione in noi? Molto probabilmente non in considerazione dell’abito che indossano, ma per il loro portamento, in particolare per la postura della testa. A sua volta quest’ultima dipende dalla posizione del collo. Se il collo è adeguatamente collocato, visto di profilo, l’orecchio si troverà nello spazio compreso tra l’arcata sopracigliare e la punta del naso. Se il lobo dell’orecchio si trova più in basso della punta del naso, vuol dire che la testa si trova in estensione su un collo che sprofonda in avanti rispetto alla regine dorsale.

E la fiumana indistinta che non notiamo? Probabilmente quella è composta da uomini e donne che, in misura maggiore o minore, sono gravate da un peso (traumi, stress, ecc.) che fa slittare il capo in avanti e lo sguardo in basso, appiattendo la fisiologica curva del tratto cervicale. E giust’appunto il dolore al collo è spesso dovuto a una perdita del normale e leggero arco in avanti delle vertebre cervicali.

Alcuni semplici movimenti, eseguiti con costanza e consapevolezza, possono aiutarci a prendere coscienza dei nostri blocchi e delle nostre restrizioni, aiutandoci a recuperare una postura corretta.

Di seguito alcune indicazioni pratiche e simboliche fornite da Gabriella Cella Al-Chamali ne I segreti dello Yoga.

Sedete in una posizione corretta col busto ben diritto.

  1. Eseguite piccoli movimenti del capo su e giù, come per accennare un  “sì”; essi vanno a muovere e riscaldare la prima vertebra cervicale. Se volete verificare il movimento, portando le mani sotto la nuca esercitate una lieve pressione con la punta delle dita, proprio dove sentite un avvallamento.
  2. Piccoli movimenti laterali del capo da destra a sinistra come per accennare un “no” muovono e riscaldano la seconda vertebra cervicale; ne potete verificare il punto facendo scorrere la punta delle dita sull’apofisi che sporge.
  3. Una piccola flessione del capo verso il basso e la spalla destra, poi verso il basso e la spalla sinistra, vanno a muovere e riscaldare la terza vertebra, che potete ancora verificare con la pressione delle vostre dita.
  4. 4) Il viso che ruota fino a portarsi di profilo, a destra e a sinistra reca beneficio e riscalda la quarta vertebra. Ruotando il capo verso destra rilassate il braccio destro per verificare con le dita della mano sinistra il punto, quindi rilassate il braccio sinistro per la verifica con la mano destra.
  5. Spingere il mento in avanti e lievemente verso l’alto in modo che sì allunghi un poco, porta beneficio alla quinta vertebra cervicale.
  6. Spingere ancora fino ad inarcare il collo, volgendo il viso al cielo, porta l’azione riscaldante alla sesta vertebra.
  7. Incurvare il collo per guardare verso il basso, finché il mento va a toccare lo sterno, porta una trazione cervicale che interessa soprattutto la settima vertebra.
    • Con questi semplici movimenti si riscalda il collo e si mantengono flessibili tutte le vertebre cervicali prevenendo l’artrosi o impedendo l’avanzare dei processi artrosici se questi sono già in atto. A livello simbolico i movimenti delle sette vertebre indicano lo scorrere dei giorni in un “ciclo finito”, proprio come indicano i giorni della settimana, le note musicali, i colori fondamentali dello spettro luminoso e le costellazioni.
  8. Mantenendo sempre il busto diritto, senza irrigidirlo, ruotate lentamente il capo da un lato e dall’altro, portandone il viso di profilo. Fate che il gesto sia guidato dal respiro lento e profondo. Mantenete gli occhi chiusi affinché siano gli occhi della mente ad osservare il movimento. A livello simbolico questo è il gesto di Brahma Signore dell’inizio, che viene rappresentato con quattro teste ognuna volta verso un punto cardinale. Il suo gesto di rotazione del capo indica la possibilità che hanno gli adepti dello yoga di vedere lontano e chiaro, al di là delle proprie spalle, al di là delle zone oscure e incomprensibili a chi non segue un cammino di consapevolezza. Il gesto va ripetuto più volte, per permettervi di verificare ogni suo ampliamento; quando decidete di tornare al centro, all’immobilità, restate ancora un poco a osservare con gli occhi della mente i due profili del viso, a destra e a sinistra, come se il gesto fosse ancora in atto. In effetti resta ancora un poco l’energia sottile che avete mosso nell’aria. Siate consapevoli dello spazio che il capo occupa, così come deve esserci stata consapevolezza nell’eseguire il gesto.
  9. Inspirate allungando il collo ed espirate lentamente lasciando scendere il capo lateralmente, verso la spalla sinistra. Restate alcuni attimi a sentire la trazione muscolare dall’orecchio destro alla spalla destra, e il rilassamento sul lato sinistro. Poi inspirando riportatevi in posizione diritta ed  espirando lentamente lasciate scendere il capo lateralmente verso la spalla destra. Restate alcuni attimi a sentire la trazione muscolare dall’orecchio sinistro alla spalla sinistra e il rilassamento a destra. Questo è Surya mudra, il gesto del Sole che sorge e tramonta. A livello simbolico indica la possibilità di osservare, attraverso il percorso del Sole che è la fonte primaria di energia, la vita che in un giorno nasce e nello stesso giorno termina.
  10. Fate compiere al capo una completa rotazione sul collo, lentamente seguendo il ritmo del respiro. Inspirando allungate il collo, espirando lasciate scendere la testa giù in avanti, mantenendo le spalle aperte e ferme. Inspirando ruotate il capo fino alla spalla sinistra, espirando lasciatelo scivolare all’indietro fino alla metà della schiena, inspirando ruotatelo fino alla spalla destra ed espirando lasciatelo tornare a pendere davanti. Ripetete tutto in senso opposto: da destra a sinistra. Potete ripetere più volte i movimenti, finché avvertite un piacevole calore al collo e una sensazione di benessere. Questo è Surya Chandra mudra, il gesto del Sole e della Luna.A livello simbolico indica la possibilità di integrazione tra le forze positive e negative, tra la notte e il giorno, il calore e il freddo, tra l’energia maschile rappresentata dal Sole e quella femminile rappresentata dalla Luna.
  11. Portate la mano sinistra sull’orecchio, aperta e ben aderente alla testa, tenendo su il gomito mantenete il capo e il collo diritti. Mentre inspirate, spingete con forza la mano contrastando la spinta con la testa, espirando rilassate la parte. Ripetete l’esercizio per tre volte consecutive a sinistra e poi con le stesse modalità e gli stessi tempi a destra. Questo è Karna Pida mudra, il gesto dell’orecchio e del dolore. A livello simbolico indica la possibilità degli yogin di chiudere l’ascolto laterale, praticamente di ascoltare solo ciò che essi decidono.
  12. Portate le due mani a sostenere il mento. Mantenete il capo ben diritto sul collo, tenete indietro le spalle e inspirando spingete con energia le mani verso l’alto, per allungare il collo, mentre la testa cerca di contrastare il gesto pesando sulle mani e spingendo verso il suolo. Espirando rilassate la parte, Durante la spinta delle mani verso l’alto, dita e palmi si aprono per aumentare la forza dei polsi uniti, mentre nella fase di rilassamento le dita si rilassano toccando il viso. Ripetete l’esercizio per tre volte consecutive. Questo è Kusuma mudra, il gesto del fiore che sboccia e cresce. Simbolicamente rappresenta la possibilità di crescita spirituale: nella gola è collocato il Chakra Vishuddha, il “purissimo” – “l’etereo”, così come indica il suo nome sanscrito, ed è appunto deputato a governare la crescita nel senso più profondo del termine. Ricordate che Vishuddha nel corpo fisico governa la funzione delle ghiandole tiroidee, che influenzano la crescita corporea e lo sviluppo cerebrale, regolando la distribuzione di calcio e fosforo nelle ossa. La divinità femminile raffigurata a questo livello è Shakini, che siede su di un trono formato da ossa, a indicare il suo completo controllo sul corpo umano, partendo proprio dall’osso che è la sua parte più profonda.

Sul piano fisico i movimenti sopra descritti prevengono le forme artrosiche del tratto cervicale ed aiutano coloro che hanno già in atto tali problemi. In casi di discopatie cervicali, sono molto importanti i due ultimi, orecchio e dolore e gesto del fiore, vanno comunque sempre evitati invece quelli che portano dolore, nausea o capogiro. È importante perciò provare a eseguirli tutti quanti, per poter trovare i più adatti ad ogni caso specifico, e ripeterli giornalmente.

Tutti gli esercizi proposti si possono eseguire anche stando seduti sul bordo del letto o su di una sedia, purché il busto venga mantenuto diritto.

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Maestri Yoga & Meditazione

L’insegnante di Yoga

Due anni complessi quelli appena trascorsi, ed il futuro non ha nubi meno fosche all’orizzonte. Questa breve premessa è forse già da sola sufficiente a spiegare perché alcuni esseri umani, ed io fra questi, si trovino ad affrontare resistenze nel corpo e nella mente sconosciute fino a qualche tempo fa. Certo, il tempo scorre ed il processo naturale d’invecchiamento fa il suo corso, ma per alcuni Crono sembra presentarsi come elegante galantuomo, per altri come arrogante macellaio.

Come reagiamo di fronte ad un’immagine di noi stessi in cui non ci riconosciamo? Come facciamo pace con un corpo che non risponde secondo gli standard (nostri o della società)? Come accettiamo la mente che come un tarlo scava facendo dell’autocritica uno strumento di tortura?

La tentazione di lasciarsi andare all’autocommiserazione sa diventare davvero pericolosa e pervasiva e, accompagnandosi alla mancanza d’amore per sé, rischia di trasformarsi in autolesionismo.

Come in molti momenti difficili o bui, accade a volte che la magia di un incontro si materializzi. Per me è la voce di un Maestro, l’eco di una Tradizione, il dono della Grazia.

Un insegnante di yoga è qualcuno che ha studiato con intensità i suoi propri blocchi e limiti. Ha riconosciuto che i suoi blocchi e limiti provengono sempre da una rappresentazione di se stesso. Ha visto che tutte le critiche che ha verso gli altri e verso se stesso vengono sempre dall’immagine che ha di se stesso. Si è reso conto che tutte le sue sofferenze vengono sempre da se stesso, mai dall’esterno, e che l’esterno lo riconduce al suo proprio blocco. Si è reso conto che se non ha questa immagine interiore, nessun avvenimento esterno può aggredirlo. È il cuore dell’insegnamento dello yoga.

In seguito, lo yoga trasmette questa visione, mettendo di nuovo in questione sensorialmente i limiti del corpo, affinché il corpo divenga aperto, sensibile; affinché l’esterno divenga l’interno e che non si possa più essere aggrediti. Come nelle arti marziali quando si riceve un colpo: viene assorbito. Lo yoga insegna ad assorbire la vita senza resistere. Occorre avere la convinzione profonda che ogni problematica esteriore è la mia problematica. Non viene mai dall’esterno.

L’insegnante è colui che ha vissuto e visto ciò in numerosi elementi della sua vita e che potrà aiutare l’allievo a vivere questa trasformazione. Più l’insegnante ha avuto dei problemi, più è stato traumatizzato, e più avrà una qualità terapeutica funzionale, perché sarà passato attraverso gli stessi handicap dell’allievo.

Allo stesso modo, più il corpo dell’insegnante è un corpo difficile, più egli sarà un buon insegnante, perché troverà nell’allievo le stesse difficoltà e potrà aiutarlo. Chi ha un corpo facile, che non ha mai sentito un blocco, che ha una psiche assai chiara, che è nato in maniera chiara, avrà una maggiore difficoltà a trovare la pedagogia necessaria all’allievo.

L’insegnante di yoga è colui che ha anzitutto un ascolto di se stesso. In seguito lo traspone agli allievi. È per questo che non si dovrebbero mai accettare coloro che vogliono apprendere questo approccio per insegnarlo, perché arrivano con un’intenzione. Non vengono per ascoltare, ma per un mestiere. Normalmente, la persona viene per passione, per scoprire come ascoltare la sua problematica, il suo corpo, la sua vita affettiva. Eventualmente, questo ascolto si trasmetterà più tardi a chi gli sta intorno nella forma di un insegnamento. È un “brutto segno aver l’idea di insegnare quando non si è nemmeno iniziato ad ascoltarsi. Generalmente, è qualcuno che non avrà la capacità di essere un insegnante funzionale.

Una disciplina deve essere intrapresa per amore e non per interesse.

In seguito, la funzionalità si mette in atto. È la stessa cosa per la musica o per la danza. Chi vuole imparare il violino per diventare professore di violino, non sarà mai un buon violinista. Si pratica il violino per amore; in seguito eventualmente si trasmette la pedagogia che si è scoperto.

Si dovrebbero accettare quelli che vogliono impararlo per scoprire cosa c’è di bloccato, di limitato in loro stessi. Eventualmente, più tardi, la vita farà sì che queste persone trasmetteranno questo stesso orientamento. Questo non ha mai fatto parte di un progetto. È per questo che non vi sono mai formazione e insegnamento di yoga possibili, né una progressione. Non si possono formare degli insegnanti. Si possono unicamente formare persone che ascoltano e stimolare in loro l’umiltà per mettersi all’ascolto. Ma chi vuole impararlo per insegnare farebbe meglio a rivolgersi ad un altro sistema di yoga. Il corpus dello śivaismo del Kaśmīr non ha posto per il minimo arrivismo, per la minima appropriazione, per la minima professionalizzazione.”

Passi da Éric Baret 250 Domande sullo Yoga di Marie-Claire Reigner
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Maestri Storie, racconti e poesie

Il fiume e l’oceano

Da un satsang con Eric Baret di agosto 2020.

Domanda: C’è un racconto di Gibran in cui un fiume si deve gettare nell’oceano. Quando è alla foce si guarda indietro, guarda tutto quello che ha fatto. Lui sa che sarà l’oceano, ma come affrontare serenamente, senza paura, il tuffo? 

Risposta: Non c’è alcun avvenimento, non c’è mai stato un fiume, non c’è che l’oceano. Non occupatevi delle favole, ma esplorate la paura. La sola questione interessante nella domanda è la paura. La grazia è  la paura. Esplorate questa paura e avrete una risposta diretta alla vostra domanda. Ma se rimanete nei racconti, nelle favole filosofiche, la paura non farà che aumentare. La filosofia è una scappatoia, la paura è la realtà. Esplorate la paura; tutto il resto è uno spostare un po’ più in là, è una forma di rinvio.

 “Il fiume e l’oceano”

Dicono che prima di entrare in mare
Il fiume trema di paura.
A guardare indietro
tutto il cammino che ha percorso,
i vertici, le montagne,
il lungo e tortuoso cammino
che ha aperto attraverso giungle e villaggi.
E vede di fronte a sé un oceano così grande
che a entrare in lui può solo
sparire per sempre.
Ma non c’è altro modo.
Il fiume non può tornare indietro.
Nessuno può tornare indietro.
Tornare indietro è impossibile nell’esistenza.
Il fiume deve accettare la sua natura
e entrare nell’oceano.
Solo entrando nell’oceano
la paura diminuirà,
perché solo allora il fiume saprà
che non si tratta di scomparire nell’oceano
ma di diventare oceano.

(Khalil Gibran)

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Letture e spunti Maestri

Contenitore, contenuto (2)

Riconsideriamo due termini: contenitore – contenuto. Nessuna forma di razionalizzazione. E come un sasso lanciato in un lago lascia la superficie appena increspata per qualche momento, le parole cadono, sprofondano, si inabissano.

E’ il momento di prendere contatto con il corpo e con il respiro. Per sperimentare la stretta connessione tra i due e verificare quanto la direzione degli occhi condizioni azioni e pensieri, dirigiamo lo sguardo all’addome prima, al torace poi. Non impieghiamo molto a scoprire che il respiro si è spontaneamente installato là dove la vista si è orientata. Seduti a terra con le gambe distese ci lasciamo accarezzare da un’onda lieve, che risale dai piedi al bacino durante l’inspiro e scende dal bacino ai piedi durante l’espiro… Lo sguardo segue questo andirivieni… L’onda viene, l’onda va… L’inspiro sale, l’espiro scende…

E poi viene il momento di incontrare una delle molte voci della saggezza senza tempo:

“[…] Il cervello è un oggetto percepito come sono percepite le orecchie. E’ una sensazione come si può sentire la mano. Quando esplorate la sensazione delle vostre mani, accedete a differenti livelli di sensazioni. E’ lo stesso con il cervello. 

Il cervello è in un certo modo dipendente dagli altri organi, in particolare dagli occhi. Quando guardiamo le cose con lo scopo di scegliere, come facciamo di solito, questo lede il cervello. I nervi ottici sono molto vicini al cervello; così, quando gli occhi sono sotto tensione, anche il cervello lo è. Lasciar andare le tensioni negli occhi e nel cervello è una scienza che si deve imparare. Il lasciar-andare vi porta ad uno stato di disponibilità. Siete pronti, disponibili, innocenti in uno stato di accoglienza. 

[…] Sentendo il cervello, sentiamo prima il suo peso. Allora, perde ogni sostanza, e abbiamo la sensazione come se non ci fosse più la tesa. La testa è completamente in espansione e scompare. Quando la testa è veramente sentita, la maggior parte degli organi è completamente rilassata, specie gli occhi, che sono sempre in procinto di scegliere e di cercare sicurezza. 

Se non potete sentire il cervello subito, cominciate con gli occhi. Sentite la loro cavità e seguite il nervo ottico penetrare il cervello. Quando il cervello sarà rilassato,si avrà una sensazione di spazio attorno a lui. Fatene un oggetto della vostra coscienza e vi dissolverete nello spazio. Alla fine c’è una fusione tra l’osservatore e ciò che è osservato e non c’è che presenza.” – Jean Klein, Sentire il cervello

Giunge il momento di esercitare la propria attitudine ad un atteggiamento meditativo.

Seguendo gli insegnamenti di Eric Baret, torniamo al corpo, diventando attenti alla sensazione degli occhi, al loro peso. Questa volta li lasciamo sprofondare verso l’interno, precipitare lungo un pozzo in direzione del cuore. L’evocazione di paesaggi pregni di colore fornisce lo spunto per lasciarci invadere, attraverso la cavità delle orbite, dal rosso, dal blu, dal verde dal giallo e dal bianco. Quando il corpo intero ha sperimentato il colore, c’è ancora margine per sperimentare quella che è la sensazione del colore… Poi tutto si fa trasparenza pura.

Contenitore, contenuto…

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Contenitore, contenuto (1)

Consideriamo due termini: contenitore – contenuto. Nessuna forma di razionalizzazione. E come un sasso lanciato in un lago lascia la superficie appena increspata per qualche momento, le parole cadono, sprofondano, si inabissano.

E’ il momento di prendere contatto con il corpo, di riconoscerlo in tutta la sua pienezza, di lasciarlo deporre, crollare come crollerebbe un castello di di sabbia. Una voce accompagna quieta verso questo intimo incontro affinché possa realizzarsi uno stato di silente e pacifica resa.

E’ tempo di ascoltare il silenzio.

E poi viene il momento di incontrare una delle molte voci della saggezza senza tempo:

“Quando i muscoli sono sentiti, sono liberi da tutti i condizionamenti, perché la sensazione libera le tensioni e le reazioni. I muscoli sono ricondotti al loro stato naturale. Potete sentire il cervello nello stesso modo, anche se questo è ignorato in neurologia. Quando il cervello è sentito, si distende completamente e tutte le sue vibrazioni rallentano. Quando il cervello è profondamente disteso, non c’è più localizzazione; così non ci può essere concettualizzazione. Non potete più pensare, perché pensare è una localizzazione, principalmente situata nella regione frontale. Così non è necessario difenderci dal pensare, ma semplicemente arrivare allo stato assoluto di rilassamento del cervello. 

Le funzioni e le attività appartengono alla mente e la mente funziona nello spazio-tempo. Nel rilassamento profondo, siete liberi dal pensiero e allora siete liberi dallo spazio e dal tempo che non sono che dei pensieri. Quando siete liberi dallo spazio e dal tempo, non c’è che una costante presenza che non può essere trovata, descritta o localizzata. 

[…] è una presenza costante, dove nessuno, niente, è presente. E’ pericoloso esprimerlo anche poeticamente, ma l’espressione più appropriata per me è che è una costante corrente d’amore. Quando il cervello è veramente sentito, siamo distolti dalle fissazioni, dalle localizzazioni nel cervello. Abbiamo l’impressione di essere in espansione nel nostro corpo. Questa sensazione d’ espansione è l’inizio della meditazione. La meditazione non è che l’atto di rilassare il cervello che fa sempre qualcosa. Esattamente come possiamo liberare i muscoli dai condizionamenti, dai residui del passato, allo stesso modo possiamo liberare il cervello dalle funzioni e dalle attività. 

[…] Ci sono numerosi “trucchi” per fermare il pensiero, ma creano solamente una fissazione su qualche oggetto sottile, mentre la meditazione è completamente senza oggetto. La meditazione non comincia con la ricerca di uno stato. Questo non-stato è la corrente, la presenza che non è toccata dal funzionamento mentale. E’ solo l’ignoranza che attribuisce questa presenza, questa gioia, all’assenza d’oggetto. Se restate convinti che la tranquillità si trova nell’assenza d’oggetto, non diventerete mai liberi dalla dualità. La presenza è al di là della presenza o dell’assenza d’oggetto, al di là della mente, al di là del cervello. Tutto questo appare e scompare nella presenza senza limite che non è oggetto. 

Quando sentite il cervello come sentite i vostri muscoli, non è con l’intenzione d’interferire con il funzionamento del cervello: è molto semplicemente la sensazione, sentire il cervello senza cercare risultato. E’ uno sguardo innocente che libera il cervello dal cervello. Questo vi porta a essere libero dal meditante, da chi agisce e che non è altro che una costruzione mentale. 

[…] La maggior parte delle tecniche, di cui molti sono pratici in certi monasteri, mettono l’accento sull’arresto della funzione del cervello. Possiamo allora essere liberi dai contenuti del cervello, ma i contenuti non sono il problema. La vera finalità non è di esplorare i contenuti, ma il contenitore. Il contenitore non è l’assenza del contenuto, come il gusto della bocca stessa non è l’assenza di altri gusti. 

[…] il cervello funziona quando c’è bisogno di funzionare. Se è chiamato a pensare, pensa. Quando non c’è niente da pensare, non c’è nessun ruolo da assumere. Il cervello è un organo come un altro. Nello stato di distensione, il cervello è vuoto, ma voi siete talmente abituati ad avere un oggetto nella vostra mente che speso ignorate il vuoto della mente. 

[…] Generalmente conosciamo solo la coscienza come un oggetto, essere coscienti di qualcosa, anche se è la coscienza della tranquillità, della pace e così via. Sono ancora oggetti, stati, che vi mantengono nella cornice della dualità. La coscienza senza oggetto vi è sconosciuta; tuttavia è ciò che vi è più vicino, la vostra vera natura, ciò che siete. Questa presenza non può essere sperimentata come gioiosa o senza gioia. E’ senza nessuna qualità. Semplicemente è.” – Jean Klein, Sentire il cervello

Giunge il momento di esercitare la propria attitudine ad un atteggiamento meditativo.

Seguendo gli insegnamenti di Eric Baret, torniamo al corpo, diventando attenti alla sensazione degli occhi, al loro peso, al senso di compressione che vi alberga. E poi lasciamo che i globi oculari, come due biglie di piombo, colino davanti alle orbite, richiamati dalla gravità verso il suolo. Sentiamoli appesi, come si vede in certi dipinti tantrici del buddismo tibetano, coscienti delle orbite vuote, spaziose, profonde come immense caverne. 

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